
La rigenerazione urbana non può essere un semplice maquillage immobiliare a uso e consumo del turismo di massa, deve essere invece una riconquista dei corpi, degli spazi e dei diritti storicamente negati a chi vive ai margini.
Per questo motivo, rivendicare a Ponticelli la città dei bambini non è pio desiderio assistenziale, ma un atto doveroso ed essenziale per una lotta di classe e territoriale più ampia, capace di riconoscere una delle zone più sacrificate di Napoli. Si tratta dell’inizio di una riscossa sociale e politica necessaria per tutta l’area orientale di Napoli. Se in questi lotti storicamente abbandonati al loro destino il Comune guidato dal sindaco Gaetano Manfredi e dalla vicesindaca Laura Lieto sta finalmente per aprire un presidio sociale e culturale di questa portata, la scommessa si vince solo rivendicando la centralità del pubblico, scardinando l’egemonia culturale dei clan e la desertificazione sociale imposta da decenni di disinvestimento statale.
Ponticelli è da sempre considerata la cenerentola delle periferie napoletane. In questo territorio dell’area orientale, dove la camorra mostra ancora un’ostinata e asfissiante presenza, una marea di giovani cerca dolorosamente quell’opportunità che le istituzioni centrali hanno troppo spesso negato.
La risposta della Napoli che resiste prova ora a materializzarsi nella “Città dei bambini”, un’intuizione visionaria lanciata vent’anni fa dall’allora assessora Rachele Furfaro, rimasta a lungo intrappolata nelle sacche della burocrazia e oggi finalmente vicina al traguardo. Si tratta di uno spazio sottratto al vuoto, destinato ad attività laboratoriali e culturali, Come chiarito nel bando di affidamento per la gestione, l’obiettivo è garantire a bambini e ragazzi significative opportunità socioeducative, per contrastare quella povertà educativa che non è colpa individuale, ma effetto di una precisa e strutturale ingiustizia sociale, prevendendo il disagio e restituendo benessere alle nuove generazioni.
Vedere sorgere proprio a Ponticelli la città dei bambini significa ricucire le ferite di un territorio ferito ma vivo. L’epicentro di questa scossa è il “Lotto zero”. Qui, come ha spiegato la vicesindaca Lieto, un vecchio rudere scolastico abbattuto è stato trasformato in un cantiere monumentale ormai quasi ultimato: tre piani di laboratori per le arti performative, un grande teatro con i relativi camerini, aree verdi esterne direttamente collegate e un bar che sarà dato in gestione. L’inaugurazione è prevista per l’autunno, e il bando in scadenza ha già attivato l’interesse di numerosi enti pronti a far vivere quelle mura.
La vera partita politica, tuttavia, si giocherà sulla natura della gestione. Il Comune punta a un partenariato pubblico-privato con il Terzo settore, fondato sulla sussidiarietà e la trasparenza. La sinistra locale già spinge nel precisare che questi spazi devono rimanere presidi rigorosamente aperti, gratuiti e sottratti alle logiche del profitto privato. Lo spazio dovrà essere animato da cooperazioni, creativi, musicisti e formatori capaci di fare dell’arte uno strumento di emancipazione e coscienza critica.
Non è un caso che questa cittadella sorga di fronte al centro polifunzionale “Ciro Colonna”, intitolato al diciannovenne vittima innocente della camorra proprio dieci anni fa. La memoria qui si fa prassi collettiva e si lega a una rete più vasta, che include un parco agricolo sociale di due ettari fino alla stazione della Circumvesuviana “Vesuvio”, finanziata dalla Fondazione con il Sud con mezzo milione di euro, dove la cura della terra si trasforma in un intervento rieducativo con l’Asl per i ragazzi del quartiere.
Al confine tra Ponticelli e Barra, inoltre, il progetto dell’eco-quartiere cancellerà la vergogna dei Bipiani con 104 nuove case bonificate dall’amianto, mentre nuovi impianti sportivi nasceranno al Parco Eduardo Scarpetta e al lotto 10. È questa la pianificazione che serve: un welfare di prossimità che non lasci indietro realmente nessuno. Ed è esattamente per questo che pretendere anche in altri luoghi la città dei bambini è l’unico modo per dimostrare che forse a Napoli non si cura a macchia di leopardo, ma ci si libera tutta insieme, partendo dal diritto al futuro dei suoi figli più giovani.
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