
Napoli non è una città semplice. Fuori da ogni retorica, la città partenopea è costellata da un sottobosco fatto di invisibilità e criminalità, piccola e grande che sia. In un contesto del genere, i primi innocenti a rimetterci sono i bambini, i minori, che nulla possono fare se non seguire le orme di genitori e conoscenti, loro malgrado. Spesso parliamo di giovanissimi con grandissime potenzialità, i quali vengono notati prima dalla camorra che dalle istituzioni, e ciò rende facile il reclutamento di manodopera criminale sin da piccoli. Don Luigi Merola è uno dei sacerdoti che, esercitando la propria vocazione a Forcella, aveva capito i rischi di un contesto del genere. Da qui l’idea di aprire in un bene confiscato la Fondazione “A Voce de Criature”, una comunità di recupero per i minori del quartiere, che ogni giorno combatte illegalità e dispersione scolastica in sinergia con le istituzioni.

«Vengo ordinato prete a 24 anni, inizio poi ad insegnare religione nelle scuole, partendo dalla Sanità. Mi sono sempre fatto mandare nei posti più “difficili” perché laddove c’è un bambino bisognoso e tu lo curi, al 100%, almeno per esperienza, poi non dovrai punire l’adulto. Lì, comunque, mi accorgo che qualcosa non andava. Su 24 studenti, poco più di una decina frequentavano; il problema della dispersione scolastica mi appariva davanti ogni giorno. Mi sposto poi a Forcella, fino al 2004, quando avviene l’omicidio di Annalisa Durante, praticamente davanti ai miei occhi. Capisco di dover scendere in campo con una realtà che potesse diventare punto di riferimento per il territorio, così nel 2007 si presenta la possibilità di avere un bene appena confiscato al boss del quartiere, qui all’Arenaccia, e da lì parte ‘A Voce de Criature».
«Questa è una realtà che va oltre l’istituzione Chiesa, agisce come elemento cittadinanza attiva ed è frequentata da più di 200 ragazzi ogni giorno, di ogni religione e cultura. Qui circa l’87% dei ragazzi ha i genitori in carcere, e li intercettiamo stando in stretto contatto con servizi sociali e istituzioni, che ce li segnalano. Anche le scuole fanno lo stesso da quando c’è il Decreto Caivano, con un’apposita piattaforma dove è possibile effettuare segnalazioni di questo tipo. Sono diverse le attività che proponiamo ai ragazzi. Arrivano qui subito dopo scuola, mangiano qui, il tutto gratuitamente, e restano fino a sera quando poi li accompagniamo a casa o i genitori passano a prenderli».
«Si, questo rischio c’è. Nei primi anni di attività stavo sempre in televisione, sui giornali. Negli ultimi anni ho cercato sempre di più di allontanarmi dalla mediaticità del ruolo. Ho capito che il bene non fa rumore, ed effettivamente ottengo più risultati adesso lavorando in silenzio rispetto a quando ero così esposto. A un certo punto è necessario spegnere i riflettori e questo è il messaggio che cerco di portare anche ad altre figure che nel tempo sono diventate simbolo della lotta alla criminalità. Anche perché quanto più sei in televisione, tanto meno sei vicino fisicamente alle persone, che invece hanno bisogno di parlare, confrontarsi, averti vicino nel momento del bisogno».
«Penso che lo Stato abbia fatto passi da gigante nel tempo. Non è vero che lo Stato non si interessa di ciò che avviene. Ad oggi c’è una forte attenzione, nettamente maggiore agli anni in cui ho iniziato. Sono aumentati gli strumenti di controllo e anche le informazioni che abbiamo sulla criminalità sono infinitamente maggiori rispetto al passato. Quello che non è cambiato è invece il modo che i cittadini hanno di porsi nei confronti della legalità e della lotta alla camorra. Nella cittadinanza vedo ancora troppa omertà e passività verso le ingiustizie subite. Quello che la fondazione ha come obiettivo è proprio di far sì che i bambini che entrano siano i migliori cittadini del domani».
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