
Luigi Ferrara, aka Calmo, è un fottuto polistrumentista. Specie, ho apprezzato come suona il basso. Il suo talento da producer gli permette di creare brani unici che suscitano forte interesse sui social. Nel periodo lugubre della quarantena, pubblica “Vaccino“, trasmesso anche su Blob (Rai 3). Supera le selezioni di Musicultura col suo inedito “Sotto Sequestro” Dopo una serie di singoli e collaborazioni, a dicembre è uscito il suo primo ep, PEZZE DI ME, sotto Fumo Dischi di Paolo Maccaro (The Rivati). Nell’intervista, abbiamo parlato proprio di questo suo nuovo lavoro.
Calmo produce anche altri artisti, tra cui Alessio Arena ed il vincitore di All Together Now Greg Rega. Dopo essersi affiatati nel tour estivo con Clementino, Calmo, il batterista Francesco Varchetta ed il chitarrista Raffaele Salapete si sono uniti in trio per suonare “Calmo” dal vivo. Talentuoso e originale, Calmo è un artista in rapida ascesa, che vedremo presto su grandi palchi.
Ti abbiamo sentito spesso in giro nell’ultimo mese. Come stanno andando i concerti?
«Sono andati bene, purtroppo sono terminati da poco. Ho suonato un bel po’ in questi ultimi due mesi sia con Clementino al basso, ma anche con il mio primo ep anche se non ho potuto fare una tournée a dovere poiché non posseggo un booking e anche perché… hey, siamo in Campania! Mancano un po’ le persone, le organizzazioni e il business, tutto quello che gravita intorno al mestiere. A meno che, ecco, non si parla di musica in napoletano… In quel caso si aprono le frontiere! Sto per partire per Milano, andremo in gruppo e lavoreremo lì».
E questo da una parte mi fa piacere, dall’altra mi intristisce perché è davvero un peccato veder andare via dei musicisti. Ultimamente sto schifando un po’ le domande a tavolino e quelle preparate, soprattutto se c’è un progetto appena uscito. Quindi le mie curiosità sul tuo ep, PEZZE DI ME, sono incentrate sulla ricerca musicale e personale che hai fatto per realizzarlo. Perché questo ep?
«Sono contento di ricevere domande più spontanee. PEZZE DI ME è un ep che ho prodotto e mixato a casa mia, a in provincia di Napoli. Con me hanno collaborato Luca Notaro, Alessandro Rase, Bruno Tommasello e Francesco Varchetta. L’ep contiene sei brani e mi ha preso un paio di anni di lavoro. In questi due anni non mi sono dedicato solo ed esclusivamente a questo. Ho lavorato all’ep di Federa, al nuovo album di Peppoh che uscirà nel 2024 e ad altre produzioni. Per quanto riguarda il mio ep, non sono un tipo che ama prendere delle reference. Preferisco mettermi davanti al pc, lavorare alla mia roba con autonomia e con gli strumenti, sbatterci la testa fino ad avere il mio suono. Insomma, “sbareo“, come si dice dalle nostre parti. Con gli ultimi live, ho notato che l’ep viene apprezzato proprio dal suono. Molto bella questa cosa ed è quello che io cerco di fare quando sono in studio. La canzone è un mezzo per far conoscere il suono. Mi ha aiutato molto mio fratello in questa ricerca e mi affido molto a lui».
C’è quindi la consapevolezza di capire che in qualche modo ti devi confrontare con il suono che oggi potrebbe essere apprezzato, senza comunque sputtanarsi…
«Non perché appunto io debba soddisfare gli altri, certo. Ma evidentemente se uno vuol vivere di questo, deve confrontarsi con questi aspetti. Senza rinunciare alle coordinate che mi sono dato. Badare molto ai testi, tenere un alto livello nella produzione e del sonoro. Risultare diverso da tutto quello che si sente».
E perché il titolo PEZZE DI ME?
«Fondamentalmente perché davvero ci sono delle pezze di me. Cerco di essere sincero quando scrivo e qui dentro c’è davvero qualcosa di mio. Nell’arco di questi anni sono successe tante cose della mia vita. Cose che hanno preso la forma di scelte che ho dovuto fare per dedicarmi alla musica. Nel farlo, ci sono stati in mezzo sentimenti, quindi dei pezzi che compongono un vestito. Da qui il titolo dell’ep.

In particolare ho ascoltato TUORLI. Questo brano, non so perché (forse le sonorità), mi ha davvero portato indietro ma in senso buono: ho chiuso gli occhi e l’intro mi è sembrata una canzone della Vanoni nell’intro. Ma forse mi sbaglio completamente. Anche nel ritornello sai? Oppure sai cosa? Qualcosa inerente alla spiagge italiane quando i tormentoni erano belli. Vabbè, comunque, si sente che sei un musicista. Anche qui secondo me entra in gioco la ricerca. Quali sonorità sei andato a prendere e quali appartengono già a te come musicista?
«Come ho raccontato in un reel di Instagram, la canzone era molto diversa da quella che è uscita. Ma volevo renderla al meglio, volevo sfogarmi un po’, fare un po’ come mi pareva. Ho raddoppiato il tempo originario, messo questa drum and bass che si sentiva nei videogiochi della PS1 di Gran Turismo. Io però volevo fare un drum and bass suonato, non campionato. Con Francesco Varchetta abbiamo avuto un grande risultato».
Ti chiedo: mi sto accorgendo che tutti gli artisti che ascolto sono morti o stanno per morire! Poi conosco ragazzi più giovani di me che si focalizzano molto sui cantautori di vecchia data, o comunque di musica anni 60/70/80. C’è un bisogno di guardare indietro per costruire qualcosa di migliore domani? Secondo te, chi non si è preoccupato di conoscere quello che è stato ha effettivamente poi prodotto musica di plastica?
«Io credo che la musica del passato debba essere necessariamente conosciuta da chi fa musica oggi. Questo perché è da quel periodo che è nato tutto e da lì sono state fatte ricerche e scoperte di suoni, testi, ritmiche da ancora oggi fanno scuola. Ovviamente c’era una cura superiore: registrare un disco in quegli anni era un impresa titanica. Quelli che funzionano oggi, sono quelli che hanno assimilato molto di quelle produzioni e che poi sono riusciti a fare lo step evolutivo. Conoscere la storia significa provenire da qualcosa. Mio padre mi ha sempre fatto ascoltare i grandi musicisti di ieri. Non sognerei mai di creare qualcosa di accostabile a quella musica, ma è ovvio che dentro la mia musica c’è molto di quegli anni. Fa parte della mia cultura. Credo che tutta la musica prodotta oggi è potenzialmente musica di plastica ed è destinata a durare poco. Per il mondo che gira veloce è difficile fare un evergreen».
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