
Con 124 voti favorevoli e nessun contrario, l’Assemblea Mondiale della Sanità ha approvato il primo Accordo Pandemico Globale. Puoi approfondire il progetto preliminare dell’accordo qui. Undici paesi però hanno scelto di non schierarsi, tra questi l’Italia. Una decisione che rischia di lasciare il nostro Paese ai margini di un cambiamento epocale nella gestione delle emergenze sanitarie.
L’accordo rappresenta la risposta concreta ai drammatici errori emersi durante la pandemia scorsa. Quei mesi bui avevano mostrato un mondo impreparato, diviso da egoismi nazionali e incapace di garantire equità nell’accesso a vaccini e cure. Oggi, dopo tre anni di negoziati complessi, la comunità internazionale prova a tracciare una strada diversa.
Il testo approvato non è la rivoluzione temuta da alcuni, ma nemmeno il semplice aggiornamento di procedure già esistenti. Si tratta piuttosto di un compromesso ambizioso che cerca di conciliare la necessità di una risposta coordinata con il rispetto della sovranità nazionale. L’OMS non avrà il potere di imporre lockdown o obblighi vaccinali, ma potrà contare su strumenti più efficaci per monitorare le minacce e facilitare la cooperazione.
La posizione dell’Italia appare come un rompicapo. Da un lato, il governo insiste sulla necessità di preservare l’autonomia decisionale in materia sanitaria. Dall’altro, lo stesso accordo contiene precise garanzie proprio su questo punto, esplicitando che ogni paese manterrà piena libertà nelle scelte di politica sanitaria.
Questa apparente contraddizione nasconde probabilmente timori più profondi. Il ricordo delle polemiche durante la pandemia, le divisioni sociali create dalle misure restrittive, la paura di riaprire vecchie ferite: tutti elementi che potrebbero aver spinto verso una posizione di cautela.
Al di là delle posizioni politiche, l’accordo introduce innovazioni concrete. La più significativa riguarda la condivisione di informazioni e risorse. D’ora in poi, quando un paese identificherà un potenziale agente patogeno pandemico, dovrà condividerne tempestivamente i dati. In cambio, avrà garantito l’accesso a vaccini e terapie sviluppate a partire da quel patogeno.
Un altro pilastro importante è l’impegno a destinare parte della produzione farmaceutica ai paesi più vulnerabili durante le emergenze. Si tratta di un meccanismo che potrebbe riequilibrare le profonde disuguaglianze emerse durante il Covid, quando nazioni ricche avevano accumulato dosi mentre altre attendevano mesi.
Nonostante i progressi, molti nodi restano da sciogliere. Il sistema di finanziamento per sostenere i paesi a basso reddito dovrà essere definito nei prossimi mesi. Allo stesso modo, occorrerà trovare un equilibrio tra la protezione della proprietà intellettuale e la necessità di diffondere rapidamente le tecnologie mediche.
Per l’Italia si apre ora una fase delicata. L’astensione non significa opposizione, ma lascia il paese in una posizione di attesa. Una scelta che potrebbe rivelarsi prudente o rivelare un’incomprensione delle nuove dinamiche globali in materia di salute pubblica.
Mentre il mondo prova a costruire difese più solide contro le prossime pandemie, la domanda cruciale riguarda la capacità degli stati di trovare un equilibrio tra interessi nazionali e responsabilità globale. L’accordo rappresenta un passo importante in questa direzione, ma il suo successo dipenderà dalla volontà politica di trasformare le parole in azioni concrete.
L’Italia, con la sua ricca tradizione medica e il suo sistema sanitario universalistico, avrebbe tutte le carte in regola per giocare un ruolo da protagonista in questo processo. La scelta di restare ai margini del voto lascia però intravedere una certa difficoltà a definire una strategia chiara nella governance sanitaria globale.
Nei prossimi mesi, mentre altri paesi inizieranno a ratificare l’accordo, il nostro governo dovrà decidere se continuare a osservare da lontano o prendere posto al tavolo dove si disegna il futuro della sicurezza sanitaria internazionale.
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