
Nel nostro ultimo numero abbiamo raccontato della lotta del Coordinamento Campano per l’Acqua Pubblica per ottenere un tavolo di confronto fra l’amministrazione comunale e i comitati civici, in merito alla trasformazione dell’Acqua Bene Comune in S.p.A. Ebbene, nonostante le consultazioni fossero state promesse dal Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e dal Presidente di Regione Roberto Fico in via informale, lo scorso 9 luglio il consiglio comunale si è riunito con i componenti delle segreterie di CGIL e Filctem Napoli, rompendo di fatto la promessa. È stato così formalizzato l’accordo con le sigle sindacali che sancisce il passaggio dell’ABC a S.p.A in house, ovvero a partecipazione esclusiva del Comune di Napoli. Come si legge nel comunicato della CGIL, partecipando alla modifica dello statuto dell’ABC i sindacati sono riusciti ad ottenere garanzie informali sull’esclusione di quote private dalla società. In sostanza, c’è un tentativo in atto di vendere alla cittadinanza questa mossa come necessaria per la salvaguardia della pubblicità del servizio idrico. Ma non è affatto così ed è per questo che la lotta dei comitati civici per l’acqua pubblica continua. Questa volta rafforzata dalla presa di posizione dell’Unione Sindacale di Base. Lo scorso 22 luglio si è tenuto un presidio organizzato proprio dall’USB sotto la sede del Consiglio Regionale al Centro Direzionale, per opporsi alla trasformazione dell’ABC. In particolare, i sindacati di base sostengono che l’amministrazione Manfredi, con il beneplacito delle sigle sindacali coinvolte, nasconda, dietro la falsa promessa sul mantenimento del capitale pubblico della S.p.A, uno stratagemma per spianare la strada ad una futura privatizzazione dell’Acqua Bene Comune. Il presidio è stato promosso anche dai Comitati per l’Acqua pubblica dei distretti Caserta e Napoli Nord.
A tal proposito, il portavoce dell’USB Napoli e Campania Marco Sansone ha dichiarato: «Lo shock è che ci sono diverse sigle sindacali molto rappresentative, sia a livello locale che nazionale, che cadono in questo “equivoco”, se vogliamo chiamarlo così. Noi riteniamo invece che ci sia un accordo perché questa è una falsa promessa. Nulla vieta, a questa o a future maggioranze politiche, di aprire a capitali privati. E questo comporterebbe gravi conseguenze sui diritti di cittadini e lavoratori». Infatti, come in tutti i processi di esternalizzazione e privatizzazione di società pubbliche, le ripercussioni principali ricadrebbero sui cittadini e sugli stessi lavoratori dell’azienda. «Una società di diritto privato non dà le stesse garanzie di una a gestione pubblica. È chiaro che il primo interesse di una società per azioni è quello di guadagnare su servizi elementari, cercando di ridurre il costo del lavoro tramite la riduzione di stipendi e la precarizzazione dei contratti», spiega Sansone. Inoltre, pur ammettendo che il Comune di Napoli resti unico azionario dell’ABC, questo consentirebbe la redistribuzione degli utili della società per coprire falle del bilancio comunale causate da altri settori. In tal caso sarebbe messa a repentaglio la qualità di più di servizi allo stesso tempo.
Ma non finisce qui, perché un’eventuale privatizzazione ricadrebbe anche sui cittadini: «come riportano gli abitanti dei distretti dell’area nord la cui rete idrica è gestita da una società mista, si verificherebbero l’aumento dei costi a carico di chi beneficia del servizio e la diminuzione della qualità del servizio. I cittadini devono capire questo: privatizzazione non vuol dire miglioramento del servizio, ma soltanto incidenza sui costi di un servizio che dovrebbe essere garantito alla luce di diritti costituzionali e decisioni referendarie di qualche anno fa (abrogazione referendaria 2011 ndr)», chiarisce il portavoce dell’USB. A tal proposito abbiamo raccolto anche la testimonianza di un rappresentante dell’associazione Rete sociale No Box – diritto alla città, Aldo Buonomo: «l’acqua è un bene essenziale e non può diventare un prodotto: non possiamo passare da un’azienda speciale a gestione pubblica ad una società di diritto privato. C’è bisogno di alzare il livello della lotta: usare una comunicazione massiva, diretta con un linguaggio meno giuridico e tecnico ma più intuitivo e rivolto alla popolazione. Noi non ci fermeremo mai anche perché ci troviamo nella prima città che ha dato seguito al responso della consultazione referendaria del 2011. Qui non potranno mai passare queste iniziative, forse hanno sbagliato città».
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