
«Jean-Luc Godard est mort, a-t-on appris ce mardi, à l’âge de 91 ans» così, questa mattina, il giornale francese Libération annuncia la morte del regista francese: «lo apprendiamo questo martedì, aveva 91 anni», pochi per chi ha forgiato un modo unico di comunicare il cinema e, quindi, un modo di vedere la realtà.
Nato negli «années folles» di Parigi (1930), Jean-Luc Godard studia Etnologia alla Sorbona. Da uno sguardo antropologico e una mente critica, prosegue avvicinandosi al mondo del cinema frequentando cineclub parigini e fervide compagnie con le quali pone le basi della Nouvelle Vague. Godard, Eric Rohmer, Jacques Rivette, François Truffaut e altri, costituiscono la redazione della rivista mensile “La gazette du cinéma”. Cominciano le sue produzioni di critica cinematografica, successivamente con la nota rivista “Cahiers du cinéma”.
Frequentare i cineclub e la cineteca significava già pensare in termini di cinema e pensare il cinema. Scrivere significava già fare del cinema. Oggi, invece di scrivere una critica, faccio un film; salvo poi introdurvi la dimensione critica
Jean-Luc Godard
1959, À bout de souffle (in italiano Fino all’ultimo respiro) è il primo lungometraggio di Jean-Luc Godard. Si annovera tra i manifesti della Nouvelle Vague, uno stile di produzione cinematografica che ha ammaliato e confuso, trattandosi di giovani registi che proponevano dinamiche filmiche molto indipendenti e fuori dagli schemi stilistici già dati.
Prevale in essa, soprattutto in À bout de souffle, l’utilizzo dei jump-cut, netti tagli tra un’inquadratura e l’altra con lo scopo di interrompere la narrazione, spesso in momenti clue del racconto, per consegnare un prosieguo fatto di inquadrature rapide, veloci e risolutive, fotografie geometricamente sensuali: è un nuovo modo di coinvolgere spettatori e spettatrici, permettendo al film dei tempi diversi da quelli usuali. Si tratta l’amore nel suo tatto senza veli, la rottura delle regole, la visione multiforme delle circostanze e delle persone, le rivoluzioni personali, come in Pierrot le fou, Vivre sa vie, Due o tre cose che so di lei.
Comprendere una figura come quella di Godard è un’impresa assurda, comparabile al tentativo di ridurre una galassia alla veduta del cielo da una finestra.
In un’intervista rilasciata al giornale Pop Off a dicembre 2021, Godard raccontò così il suo lavoro: «Con gli occhi si guarda. Sei come una macchina fotografica. Anch’io guardo. Ma non più, perché io parlo la nostra lingua e non parlo altro. Quindi ogni volta che diciamo una parola in più, non è utile. Lo faccio per curiosità, per vedere quali persone dicono: “Dobbiamo cambiare il mondo”, “dobbiamo essere contro il carbone”, o essere così… Non è che mi diverta, mi faccio pena per essere ancora interessato a questo. Ma dato che sono ancora sulla Terra, dato che ho qualche anno da vivere, lo faccio. Questo è tutto».
di Tonia Scarano
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...