
Il tema delle neurodivergenze, così come tutto quel che concerne il benessere mentale, sembra essere ancora un tabù: questioni come autismo, depressione e disturbi di qualunque tipo sono circondate da una disinformazione pericolosa e a dir poco squallida. L’Italia, in particolare, ha dinanzi a sé una scalinata ripida da affrontare e, al momento, ben pochi mezzi per farlo. Ottobre è il mese della sensibilizzazione sull’ADHD, eppure nessuno sembra esserne a conoscenza. Pur trattandosi di una delle neurodivergenze più comuni e diffuse, a partire dai bambini fino agli adulti, sono poche le persone a sapere di cosa si tratti, o che abbiano una conoscenza a riguardo che vada oltre gli stereotipi che ancora ruotano attorno all’argomento.
L’ADHD, più comunemente noto come deficit dell’attenzione e iperattività, è una neurodivergenza riscontrata principalmente nei bambini, tanto da diffondere così il falso mito legato a una sua improvvisa scomparsa col sopraggiungere dell’età adulta. In Italia, secondo stime recenti, ci sarebbero tra 1 e 2 milioni di adulti affetti da ADHD senza nemmeno saperlo: uomini e donne che, da bambini, hanno manifestato sintomi che non sono rientrati nel “canone” e che non hanno portato a una diagnosi; uomini e donne che non percepiscono il mondo come chiunque altro, che si sentono estraniati e giudicati perché “disordinati, sbadati, distratti”.
I medici specializzati nel trattamento dell’ADHD nell’età adulta sono pochi e spesso raggiungibili soltanto privatamente, senza dei canali pubblici: già nel 2016, infatti, l’Istituto Superiore di Sanità denunciava una carenza significativa di personale specializzato e di strutture che si affiancassero alle ASL. Quando finalmente si arriva da un cosiddetto specialista, questo spesso non è in grado di fornire una diagnosi perché ancorato alle convinzioni del passato, oramai considerate obsolete, o perché convinto addirittura che l’ADHD non esista.
Se si è una donna, poi, la questione si complica ulteriormente, perché le diagnosi sono ancora basate per la maggior parte su una sintomatologia prettamente maschile, sebbene le manifestazioni dell’ADHD siano molto diverse in base al sesso di nascita, con una prevalenza di sintomi di ansia e depressione nelle donne e di iperattività “classica” per gli uomini. I farmaci sono pochi e difficili da reperire, in numeri ben al di sotto della media europea; la terapia farmacologica incontra ancora fin troppe resistenze, sebbene siano ormai quasi vent’anni (dal 2007) che il Registro Nazionale ADHD ha dichiarato sicuri medicinali come il metilfenidato.
Vivere con l’ADHD non è semplice: e se non lo è per il contesto socioculturale italiano, lo è per la solitudine che si prova nel non sentirsi mai compresi pienamente, mai fino in fondo. Avere l’ADHD significa vivere ogni giorno senza sapere come ci si sveglierà la mattina seguente, se pronti a riempirsi di progetti che non si porteranno mai a termine o così esausti da trovar difficoltà persino a respirare. Significa dimenticare appuntamenti e perdere la cognizione del tempo trascorso con persone che non riescono a comprendere che la colpa non è nostra, che non lo facciamo apposta, che non siamo semplicemente sbadati.
Significa avere un peso costante sul petto quando il nostro cervello proprio non ne vuole sapere di farci terminare quel determinato compito se non a ridosso della scadenza. Significa trovare una nuova, travolgente passione e renderla un tratto fondamentale della nostra personalità, per poi abbandonarla dopo pochi mesi. Significa correre dietro ai pensieri senza riuscire ad afferrarli, volere il mondo senza avere la forza di prenderselo. Significa vivere in un paese che non ci accetta, che non ci riconosce: e questo deve finire. Perché esistiamo e non siamo soltanto stereotipi su gambe. Siamo persone con vite che vanno al di là del nostro disturbo, ma costrette a vivere in una nazione che non ci vuole aiutare. Che finge addirittura che non esistiamo.
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