
A trent’anni di distanza dall’approvazione della legge 109 del 1996 – una conquista cruciale, che ha consentito di trasformare i beni confiscati alle mafie in spazi restituiti alla collettività – la Masseria Antonio Esposito Ferraioli di Afragola ha ospitato un’iniziativa unica, i cui promotori sono stati Cgil, Spi Cgil e Libera, intitolata “Diamo linfa al Bene – trent’anni di legge 109: giustizia, lavoro, democrazia e libertà“. Grazie a un programma che intreccia memoria, impegno civico e riflessione sulla giustizia, proprio qui, durante la mattinata di sabato 7 marzo, si è svolta l’inaugurazione di un progetto ideato per accogliere le donne del territorio vittime di violenza, affiancandole nell’ambito di un percorso di emancipazione, di riscatto e di autonomia: la “Casa per l’autonomia delle donne attraverso il lavoro“.
Innanzitutto, la scelta del luogo non è affatto casuale: la masseria, del resto, costituisce il bene confiscato più esteso dell’intera area metropolitana di Napoli, con i suoi ben dodici ettari affidati a circa una quindicina di soggetti. Un faro di speranza per una comunità che ancora oggi porta sulla sua pelle le ferite provocate da ostacoli, difficoltà e intimidazioni. Non a caso, infatti, la masseria porta il nome di un sindacalista al quale la camorra strappò la vita nel 1978 all’età di ventisette anni, poichè – come sottolineato dal fratello Mario e dal direttore del bene confiscato Giovanni Russo – “non aveva girato la testa dall’altra parte di fronte allo sfruttamento e alle illegalità nell’azienda in cui lavorava”.
Insomma, un momento di riflessione e di confronto autentico, dedicato alla legalità e al grande valore del riutilizzo dei patrimoni sottratti alle mafie, celebrato a trent’anni di distanza dall’approvazione della legge 109. Una conquista cruciale, che ha consentito di trasformare i beni confiscati alle mafie in spazi restituiti alla collettività, celebrata da numerosi esponenti dell’impegno civile e del mondo istituzionale, tra i quali il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, il presidente della Regione Campania Roberto Fico, nonchè rappresentanti di varie associazioni e comitati attivi sul territorio. “Si tratta di una legge straordinaria che non soltanto ha segnato un’epoca, ma ha svoltato la gestione dei beni che erano in capo alle mafie“, ha commentato a caldo il presidente Fico.
Un provvedimento nato dalla raccolta di circa un milione di firme, quando “i cittadini bussarono alle porte del Parlamento per chiedere che diventasse legge il riuso sociale dei beni confiscati”, come ha ricordato il coordinatore regionale di Libera Campania Mariano Di Palma. Un percorso certamente non privo, però, di ritardi e difficoltà, soprattutto “delle burocrazie comunali nell’affidamento dei beni”, alle quali si aggiungono “tutto il peso scaricato sulle spalle delle associazioni e delle cooperative, senza risorse vere”. Motivo per cui chiede a gran voce che il 2% del Fondo Unico Giustizia – pari a circa cinquanta milioni di euro – venga destinato al riuso sociale.
Richieste che arrivano in un’epoca storica senza dubbio complessa, segnata da “una diffusa stanchezza democratica in Europa e, in particolare, nel nostro Paese”, come ha evidenziato don Luigi Ciotti. Una triste piaga che attraversa la società contemporanea, alla quale possono contrapporsi, secondo la visione di Libera, soltanto il rispetto e l’applicazione della Costituzione, concepita come “il primo vero testo antimafia“, oltre che gli investimenti nelle politiche sociali, nel lavoro, nella sanità e sui giovani, al fine di “estirpare il male – la criminalità organizzata – alla radice“. Un elemento sostenuto anche da Roberto Fico, il quale ha ribadito come si tratti di una battaglia che passa necessariamente “per ogni azione e comportamento quotidiano che mettiamo in campo”.
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