
Il 25 maggio si festeggia l’Africa Day da ormai parecchi anni. Pochi, però, sono a conoscenza di questa celebrazione. A parlarcene sono i membri di ASDA, un’associazione di studenti che si occupano della diaspora africana.
«La data è stata scelta il 25 maggio per commemorare la creazione dell’unità africana del 1963 che poi e stata anche adottata dall’Onu l’Africa Day dopo quasi tre anni, nel cosiddetto anno dell’Africa (cioè dell’indipendenza di 32 paesi africani). L’intento era creare un’organizzazione africana veramente potente. Già nel 63 erano tutti quasi paesi occupati, creare uno spazio geografico e politico così grande era difficile: la domanda era “come crearla?.
C’era molto disaccordo: c’era chi voleva un’organizzazione intergovernativa, facendo conservare la sovranità ai singoli stati; altri, definiti i radicali e cioè il gruppo di Casablanca, speravano in un’organizzazione panafricanista in cui, nonostante la sovranità venisse conservata, si lavorasse sul concetto di società unica. Questa idea era guidata dalla Nigeria, un gigante regionale, e mentre tutti i paesi francofoni si opposero a questa idea, unendosi nel club di Monrovia. Alla fine, hanno vinto loro, il compromesso è stato molto relativo. Non era un’unità “unita”, c’era l’accordo di non avere accordi. Poi passiamo al passaggio dall’Unità africana all’Unione Africana».
«Il passaggio è avvenuto nel luglio del 2002. Tale passaggio è stato un po’ imposto. Oltre all’indipendenza ce stato il fattore della guerra fredda che ha cambiato molto nella scacchiera geopolitica africana (in particolare la caduta dei regimi a partito unico). Si stava quindi affievolendo quella sensazione di sovranismo e nazionalismo che aveva portato alla nascita dell’Unità Africana. Negli anni 90 è finita la guerra fredda e Gheddafi fu uno dei più grandi promotori dell’Unione Africana come la conosciamo oggi. Per dare più potere a questa nuova istituzione, si adottò il modello dell’Unione Europea. Il passaggio è stato significativo a livello funzionale, ma il problema rimane lo stesso. Nell’Unità così come nell’Unione, tutto funzionerebbe meglio se gli Stati fossero meno protagonisti».
«Una nuova immagine dell’Africa nell’immaginario europeo credo sia possibile. Basterebbe buona volontà da parte di tutti: prima dagli europei, che devono uscire da un pregiudizio pseudoscientifico. Poi servirebbe cambiare narrativa, cercando di raccontare le cose per come stanno, senza gonfiare né infangare. Le radici del pregiudizio sono veicolate anche dai media ovviamente. Per citare un professore senegalese, “abbiamo suscitato nelle coscienze l’immagine di un continente maledetto alla deriva, incancrenito da mali incurabili”».
«ASDA si è incaricata di cercare di cambiare questa narrativa, portando l’Africa dentro Napoli. La vocazione è di portarla in Europa. Non si vuole solo far vedere, ma far vivere i valori africani, che possono essere universalizzati. Così ASDA organizza eventi culturali, tra cui un club del libro. Leggere i classici africani è molto importante. C’è poi anche la promozione dei piatti nazionali africani presso gli studenti italiani. Questa iniziativa è molto importante ovunque, credo che a Napoli siamo i primi a farlo. ASDA vede nella cultura la possibilità di cambiare questa narrazione».
Per festeggiare l’Africa Day, l’associazione ASDA ha preparato una tavola rotonda per discutere alcuni dei temi menzionati nell’intervista, a cui seguirà un dj set di afro-beat. L’evento si terrà sabato 27 maggio alle 18 in via Giacomo Savarese 2, Napoli.
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