
Un ragazzo di quindici anni è stato picchiato selvaggiamente nel cortile dell’oratorio salesiano di Caserta. Una vicenda che ha scosso profondamente non solo la comunità locale, ma anche chi in quell’ambiente è cresciuto, si è formato, ha imparato che l’oratorio è un luogo di protezione e di crescita. O almeno dovrebbe esserlo.
I fatti sono ormai tristemente noti: il giovane Alessandro si trovava all’interno del complesso salesiano, in occasione della serata conclusiva del progetto estivo “Estate Ragazzi”, la sera del 25 luglio. Mentre si trovava vicino al suo motorino, è stato accerchiato da un gruppo di ragazzi, aggredito brutalmente con calci e pugni al volto. La violenza è stata tale da procurargli una doppia frattura alla mandibola e un ricovero d’urgenza in ospedale. Il pestaggio – è bene sottolinearlo – è avvenuto in un oratorio, durante una festa educativa.
Immediata, e per certi versi comprensibile, è stata la reazione dell’istituto salesiano: i responsabili hanno subito precisato che si trattava di un’aggressione avvenuta nel parcheggio e che i responsabili non erano ragazzi dell’oratorio. “Non è stata una gang, ma due giovani esterni. Nessun giovane dell’oratorio era coinvolto” – queste le parole diffuse dai Salesiani nelle ore successive al fatto, riportate da diverse testate locali e nazionali.
Una dichiarazione volta probabilmente a difendere la reputazione di un luogo educativo e la buona fede dell’opera, ma che, a pochi giorni di distanza, si è rivelata parzialmente imprecisa.
Grazie alle testimonianze raccolte dalla famiglia – assistita dal legale Nicola Russo – a partire dalle parole di Alessandro stesso e da altri giovani presenti alla serata, è emerso un dettaglio essenziale: i ragazzi che hanno aggredito Alessandro erano effettivamente frequentatori abituali dell’oratorio. Non ospiti della comunità residenziale, certo, ma presenti e riconoscibili all’interno delle attività del centro giovanile.
Un cambiamento non da poco, che modifica radicalmente la percezione dell’episodio. La ricostruzione iniziale – “giovani esterni, nessun legame con l’oratorio” – non ha retto alla prova dei fatti. I tre aggressori, uno minorenne e due poco più che maggiorenni, già identificati e segnalati alla polizia, frequentavano regolarmente l’oratorio salesiano.
Per chi conosce l’ambiente salesiano questa vicenda è un trauma doppio. Non solo per la gravità dell’aggressione, ma per il senso di smarrimento che porta con sé: se anche dentro un oratorio possono accadere episodi di questo tipo, allora quali spazi restano davvero sicuri per i nostri ragazzi?
Va riconosciuto il gesto di solidarietà dei responsabili dell’Istituto, che – appresa la verità – hanno visitato il ragazzo in ospedale e mostrato sincera solidarietà alla famiglia. È un segno importante, che testimonia una volontà di farsi carico della sofferenza generata, anche indirettamente. Tuttavia, resta l’amarezza per una comunicazione iniziale che ha forse voluto proteggere l’istituzione prima ancora di accertare ogni aspetto.
Un oratorio non è una bolla sterile, né può essere reso immune da ogni rischio. Ma proprio perché è un luogo di formazione e di accompagnamento educativo, è necessario che chi lo guida sia il primo a rifiutare scorciatoie narrative, e a dire la verità anche quando scomoda. Se dei ragazzi che frequentano l’oratorio diventano autori di violenza, la responsabilità penale è individuale, ma quella educativa deve essere collettiva.
Perché i ragazzi responsabili di questo gesto sono arrivati a tanto? Cosa è mancato nella catena di ascolto, controllo, dialogo? Le istituzioni educative – tutte, anche quelle di matrice religiosa – devono farsi queste domande. Perché altrimenti il rischio è quello di nascondere, minimizzare, e perdere di vista il compito più importante: accompagnare i giovani nella crescita, anche nei loro lati più difficili, più contraddittori, più fragili.
A questo punto, il pensiero torna ad Alessandro. Alla sua mandibola rotta. Alla sua estate interrotta. Al dolore fisico, e a quello invisibile. È lui la vera vittima di questa storia, e a lui va la nostra vicinanza più sincera. Nessun ragazzino dovrebbe finire in ospedale dopo una serata all’oratorio. Nessuno dovrebbe uscire da lì con la paura addosso.
Si spera che Alessandro possa guarire presto, e che la sua storia possa servire da lezione: per i Salesiani, per le altre realtà educative, e per tutti noi. Per ricordarci che il compito di formare i giovani richiede presenza, attenzione e, soprattutto, il coraggio di guardare in faccia anche ciò che non funziona.
Perché la vera fedeltà al carisma di Don Bosco non sta nel difendere l’immagine. Sta nel prendersi cura, davvero, di ogni ragazzo. Anche quando fa male.
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