
Al referendum sulla riforma della giustizia, in programma per marzo 2026, studenti e lavoratori fuorisede non potranno votare se non tornando nel comune di residenza. Una decisione che riapre una questione strutturale della democrazia italiana, ovvero l’accesso al voto per chi vive lontano da casa per studio, lavoro o altre necessità.
La possibilità di votare “fuori sede” era stata prevista in via sperimentale nelle ultime consultazioni nazionali ed europee. Questa volta, però, il governo ha scelto di non riproporla, respingendo in Commissione Affari costituzionali alla Camera tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni.
Gli emendamenti, presentati da Partito Democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, Azione e Più Europa, miravano a consentire il voto ai fuorisede attraverso sezioni elettorali dedicate nei comuni di domicilio, sul modello già adottato nel 2024 e nel 2025. La maggioranza di centrodestra ha votato contro, seguendo il parere negativo del governo. La motivazione ufficiale è legata a problemi tecnici e di tempistica: secondo l’esecutivo, non ci sarebbero stati i tempi necessari per organizzare il sistema in vista del referendum. Nessuna proposta alternativa è stata avanzata.
La scelta segna un’inversione di rotta rispetto agli ultimi anni. Nel 2024, per le elezioni europee, era stato consentito il voto ai soli studenti fuorisede; nel 2025, in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza, la misura era stata estesa anche ai lavoratori e a chi si trovava lontano da casa per motivi di salute. Quelle sperimentazioni avevano dimostrato che il sistema era realizzabile: decine di migliaia di persone avevano votato senza tornare nel comune di residenza. Proprio per questo, le opposizioni contestano la scelta di non rendere strutturale una misura già testata.
Secondo stime condivise da associazioni e osservatori, i cittadini fuorisede in Italia sono circa 5 milioni. Una platea ampia, composta in larga parte da giovani, studenti universitari e lavoratori precari o trasferiti temporaneamente. Per molti di loro, tornare a votare comporta costi elevati: biglietti ferroviari o aerei, tempi di viaggio lunghi, coincidenza con sessioni d’esame o turni di lavoro. Anche in presenza di sconti sui trasporti, il rientro non è sempre possibile.
Il risultato è che, di fatto, una parte significativa della popolazione rinuncia al voto, non per disinteresse, ma per difficoltà economiche e logistiche. Nel 2025 una proposta di legge di iniziativa popolare sul voto ai fuorisede ha superato le 50 mila firme necessarie per l’esame parlamentare, chiedendo una disciplina stabile e non più occasionale. L’iter, però, è rimasto bloccato.
L’Italia è tra i pochi Paesi dell’Unione europea a non prevedere in modo stabile il voto per chi vive temporaneamente lontano dal comune di residenza, mentre in molti Stati membri esistono già strumenti come il voto per corrispondenza, anticipato o per delega. La questione va quindi oltre il singolo referendum e riguarda la qualità della partecipazione democratica. In un Paese caratterizzato da una forte mobilità interna, il diritto di voto resta ancorato a un modello che fatica a tenere il passo con la realtà sociale.
L’esclusione dei fuorisede dal referendum sulla giustizia non è solo una scelta tecnica, ma pone una domanda più ampia: può una democrazia permettersi di escludere milioni di cittadini dalla vita politica perché vivono lontano da casa? Il tema del voto ai fuorisede resta così una delle sfide centrali per il futuro della partecipazione democratica in Italia.
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