
Alessandro Russo, professionista nel campo della robotica, ha fatto un salto inaspettato: ha attraversato il confine tra scienza e narrativa per dare voce ad un passato collettivo. In un tempo in cui le intelligenze artificiali promettono di scrivere romanzi in un batter d’occhio, c’è chi sceglie di rallentare e riscoprire il valore di una parola scritta a mano. Il suo romanzo d’esordio, Il nodo del tempo, è un atto di amore verso la memoria, i quartieri popolari, ed un richiamo alla responsabilità civile.
«Oggi la tecnologia la associamo all’IA, ai robot umanoidi che entreranno presto nelle nostre case. Ma anche la ruota fu rivoluzionaria. E la scrittura, con le sue trasformazioni nel tempo, è ciò che ha permesso all’uomo di tramandare il sapere. Oggi, in una realtà che permette di automatizzare anche il processo della scrittura, scelgo di essere un “artigiano”. Si, perché nonostante i mezzi moderni, la mia è una scrittura artigianale: uso carta e penna, strumenti che mi riportano all’essenza, al gesto umano. Come un artigiano calzolaio che non segue i ritmi dell’industria, così io costruisco le mie storie con lentezza e dedizione.
«Il nodo del tempo nasce da una storia vera: il viaggio di un collega da Torino a San Pietroburgo per amore.Intorno a questo evento ho costruito un universo narrativo, con Ludovico, protagonista che attraversa la storia italiana del dopoguerra. Cresce tra le ferite lasciate dal fascismo, vive eventi drammatici come la strage diBologna e ha una madre, Assunta, impegnata nei comitati per i diritti civili.
Nel romanzo evidenzio come la società nel tempo sia cambiata, smarrendo in parte connotati come la partecipazione ai dibattiti e la capillarità dell’offerta politica a fronte di una società odierna poco propensa al confronto sui grandi temi e che si astiene dal votare, mancando ad un dovere oltre che ad un diritto del cittadino. Amerei tantissimo scoprire in futuro che la lettura del mio romanzo possa stimolare discussioni, suggerire punti di riflessione, affinché la cittadinanza possa riappropriarsi degli spazi e del tempo utili alla formazione di una coscienza politica e sociale collettiva».
«Sì, voglio dare voce a chi nel romanzo è rimasto in silenzio. Assunta è figlia di Luigi, figura ispirata a mio nonno Giuseppe, testimone del passaggio dal mondo rurale a quello industriale. Nello spin-off parlo del dolore di chi è partito e di chi è rimasto, vite spezzate da guerre, emigrazioni. Le lettere saranno un modo per sciogliere quel “nodo del tempo” rimasto troppo a lungo stretto. Un dialogo immaginario tra fratelli che non hanno potuto salutarsi, e che ora finalmente trovano spazio e dignità narrativa».
«Tantissimo. Da bambino, il rumore delle colate mattutine dell’Italsider segnava le mie giornate. Guardavo il mare da Nisida a Pozzuoli e non vedevo ombrelloni, ma fumo. Le lenzuola si sporcavano di fuliggine, sotto quel velo nero si spegnevano le speranze di un quartiere. Ho visto morire mio nonno, mio zio e mio cugino per l’amianto. Il quartiere attende di poter tornare a vivere in un luogo sano, sicuro, Bagnoli aspetta da decenni una rinascita».
«È stata un’esperienza travolgente. Sono partito senza aspettative ma con tanto entusiasmo. Ho trovato lettori, ascolto, confronto, famiglie intere esplorare stand con cura ed attenzione. Porterò nel cuore l’atmosfera di meraviglia, lo sguardo incuriosito dei visitatori, l’energia degli altri autori. A giugno sarò alla Festa del Libro Itinerante di Anagni, a settembre al Festival del Libro di Brisighella, e attendo con emozione la conferma per il Campania Libri Festival».
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