
La neurochirurgia è una delle branche della medicina che troppo spesso non viene valorizzata per l’importante contributo che offre alla vita di quei pazienti che soffrono di malattie complesse, e per le quali non esiste una cura definitiva. Basti pensare alle malattie neurodegenerative o quelle che colpiscono il midollo spinale, senza tralasciare la sfida del secolo: ovvero i tumori, e nello specifico quelli che colpiscono il cervello e la sfera midollare.
L’avvento della tecnologia ha cambiato per sempre le sorti della neurochirurgia e di tutti quei pazienti che si trovano ad affrontare determinate malattie. L’intelligenza artificiale ha consegnato degli strumenti incredibili, che ad oggi permettono di operare in maniera minimale, riducendo i rischi e massimizzando i benefici. Anche sul versante delle malattie neurodegenerative e delle cure inerenti, sono stati fatti passi da gigante.
Delle sfide che attendono la neurochirurgia ne abbiamo parlato con il Dott. Alfredo Bucciero, responsabile del Dipartimento di Neurochirurgia dell’ospedale “Pineta Grande Hospital”, il quale ci illustrato i propositi futuri del settore tra intelligenza artificiale e nuove scoperte.
Eccellenza della sanità italiana, il Dott. Bucciero ci ha raccontato di come sia cambiata negli anni la neurochirurgia anche grazie all’avvento della tecnologia.
Oggi la qualità della vita è considerata un parametro molto più importante per i medici nel valutare l’efficacia di una terapia, in particolare si dà grande peso al trattamento del dolore, visto non più solo come un sintomo, ma come una vera malattia. Quali sono le tecniche che la neurochirurgia ha oggi a disposizione per trattarlo?
«La qualità della vita è il primo parametro che dobbiamo tenere presente in questo momento, perché questo fattore non comprende solo il dolore fisico e i deficit motori che limitano le normali attività quotidiane. Inoltre, la qualità della vita viene presa in considerazione soprattutto per le malattie degenerative della colonna vertebrale, come ad esempio l’artrosi o l’ernia del disco. Queste malattie sono responsabili della compressione del midollo spinale e delle radici nervose, dando vita quindi, sia deficit neurologici che dolori invalidati».
Rispetto a quando ha cominciato a lavorare come è cambiata la neurochirurgia?
«La chirurgia negli ultimi vent’anni è cambiata notevolmente, soprattutto grazie alla tecnologia, in passato si operava senza l’utilizzo di strumentazione tecnologica. Ad oggi l’intelligenza artificiale ha un ruolo essenziale nella medicina, dando al comparto la scoperta della neuro-navigazione, ovvero la chirurgia assistita dal computer. Recentemente la tecnologia ci ha consegnato la scoperta della chirurgia robotica, che consente al medico d’interagire con il computer stesso, operando con maggiore precisione».
Quali sono i campi in cui si sono fatti i maggiori progressi?
«I progressi si sono ottenuti sia nella sfera della chirurgia del cervello che nella sfera della chirurgia vertebro-midollare. Consentendo dei passi in avanti mai registrati, tutto questo grazie all’avvento della tecnologia, che ad oggi rappresenta il cardine della chirurgia. L’intelligenza artificiale ci ha consentito anche di affinare le nostre conoscenze in relazione alla sfera spinale e cranica. Ad oggi senza l’utilizzo dei robot e della tecnologia della neuro-navigazione, saremmo limitati in modo drastico nella chirurgia di precisone».
Se il presente ci garantisce di affrontare le patologie a viso scoperto, il futuro può regalarci delle sorprese immaginabili, come ci racconta il Dott. Bucciero, nuove terapie potrebbero cambiare per sempre la neurochirurgia.
In particolare cos’è e quali risultati ottiene la neurochirurgia funzionale, soprattutto nell’ambito delle malattie neurodegenerative, come il Parkinson?
«La neurochirurgia in passato per trattare le malattie neurodegenerative, come ad esempio il Parkinson, assumeva la connotazione di “chirurgia distruttiva”. Dinanzi alla presenza di questa tipologia di malattie, si operava attraverso un ago comandato dall’esterno il quale andava a distruggere delle strutture profonde del cervello per ottenere dei risultati clinici che nella pratica non erano risultati probatori. Ad oggi la neurochirurgia funzionale è una branca non più distruttiva, ma attraverso l’utilizzo di elettrodi che vengono introdotti in nuclei ben precisi del cervello, aiutano a stimolare quelle funzioni assenti o alterate. Il che ci permette di ottenere risultati concreti, consentendoci di assistere ad una regressione dei sintomi invalidanti delle malattie. Ma il futuro in questo senso è rappresentato dall’iniezione di cellule staminali all’interno del cervello, per ricostruire da un punto di vista anatomico e poi funzionale, la parte del cervello compromessa. Su questo versante la ricerca procede in modo graduale ma siamo speranzosi che possa accelerare sempre di più».
Quali sono le malattie che attualmente meritano maggiore attenzione o la cui frequenza sta aumentando?
«Le malattie d’interesse neurochirurgico che meritano maggiore attenzione, sono quelle legate ai tumori che colpiscono il cervello ed il midollo spinale. Senza dubbi poi, meritano attenzione le malattie neurodegenerative che colpiscono la colonna vertebrale, e l’attenzione che in questo caso va riconosciuta agli aspetti legati alla qualità della vita. I pazienti che vengono colpiti da queste tipologie di malattie troppo spesso vanno in contro ad una serie di problematiche che compromettono la qualità di vita».
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