
Potrebbe essersi conclusa l’odissea giudiziaria che riguarda l’anarchico Cospito con la conferma della condanna per strage “politica” con circostanze attenuanti e del regime del 41 bis. Cos’è che ha reso questo caso giudiziario uno dei più controversi degli ultimi anni? Perchè c’è una spaccatura di opinione pubblica e politica che si scontra nel merito della sentenza di quello che agli occhi della magistratura è uno stragista?
Alfredo Cospito è un anarchico insurrezionalista appartenente alla Federazione Anarchici Informali (FAI) condannato nel 2013 a 10 anni di reclusione per la gambizzazione dell’AD di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. Mentre è in carcere viene condannato però anche per l’operazione Scripta Manent, ovvero la collocazione di due ordigni a basso potenziale presso la Scuola Carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, nel giugno 2006. L’operazione era finalizzata, come dichiarato dalla stessa FAI, a far capire alla scuola allievi carabinieri “già da piccoli quale ammirazione sollevi la loro criminale carriera tra noi sfruttati”. La condanna è, per quest’ultimo reato, al 422 cp, la cosiddetta “strage semplice”. Le due esplosioni non avevano infatti causato nè morti nè feriti, avendo piazzato le bombe in un punto scelto proprio perché non vi transitava nessuno. Cospito approfitta communque della detenzione per continuare a comunicare con i gruppi anarchici tramite lettere.
Improvvisamente, però, al terzo grado del processo, la Corte di Cassazione modifica la sentenza, passando da una condanna per “strage semplice”, 422 cp, a una condanna per “strage politica”, 285 cp, il peggior reato del nostro ordinamento. Cospito rischia infatti l’ergastolo ostativo, ossia un ergastolo senza possibilità di sconti della pena, se non tramite collaborazioni con la giustizia – molto improbabili dato che per la stessa organizzazione della FAI, che prevede una struttura orizzontale in cui le varie cellule componenti della Federazione si conoscono poco l’un l’altro se non per solidarietà di battaglie comuni, Cospito non ha molto da spifferare alla giustizia.
Parallelamente Marta Cartabia decide di riservare a Cospito, a causa delle sue continue lettere e in ragione della nuova sentenza che lo introduce al campo dell’eversione, il regime del 41 bis, con conseguente isolamento e controllo costante. L’anarchico decide quindi di cominciare uno sciopero della fame, che lo porta a perdere più di 40 chili e a provocarsi danni irreversibili alla salute. Il caso diventa di dominio pubblico, con l’opinione pubblica che si spacca, partiti politici che mandano delegazioni in solidarietà, la Corte d’appello di Torino che chiede giudizio alla Corte Costituzionale sulla legittimità del provvedimento.
L’ultima sentenza dovrebbe porre un punto finale alla questione, con la Corte di Cassazione che ha confermato la condanna per “strage politica” a 23 anni di carcere e la conseguente conferma del regime del 41 bis. Le controversie sulla sentenza sono molteplici. Per quanto riguarda la condanna per “strage politica” è bene ricordare che se pure l’operazione non ha causato neppure feriti, il modus operandi delle esplosioni era stato organizzato con la tecnica del richiamo, che prevede una prima esplosione seguita dalla seconda – a più alto potenziale – temporalmente protratta per approfittare dei civili e agenti di polizia accorsi nelle vicinanze allo scoppiare della prima bomba, e che quindi non ha visto alcun ferito forse per un puro colpo di fortuna. Ciò detto, è in egual modo ridicola la pena all’art. 285 cp se comparata a qualsiasi altra strage di matrice mafiosa o di terrorismo nero. Le stragi di Capaci e via D’amelio, la strage di Piazza Fontana e quella alla stazione di Bologna; nessuno degli autori delle peggiori stragi di questo paese ha ricevuto una condanna all’art. 285 per “strage politica”, il peggior reato del nostro ordinamento, mentre l’ha ricevuta una “strage” che non ha causato nè morti nè feriti, e che quindi non è neanche tale.
Per quanto riguarda il regime del 41 bis, la scelta è ancor più incomprensibile. Le circostanze speciali del “carcere duro” sono da sempre, insieme all’ergastolo ostativo, un modo per lo Stato di sollecitare il condannato a collaborare, a costo di violare qualche diritto umano. La collaborazione con la giustizia va però a scontrarsi con due fattispecie: il condannato che non vuole parlare per paura delle conseguenze ai suoi familiari e il condannato che non può materialmente parlare perchè non ha nulla di utile da dire. Ed è proprio questo, come detto, il caso di Alfredo Cospito, che fa parte di una Federazione avente una composizione appositamente organizzatasi in modo tale che se qualcuno andasse dentro non avrebbe nulla da poter dire. Se consideriamo poi la motivazione ufficiale del 41 bis, ossia lo scambio epistolare di Cospito con le riviste e i gruppi anachici, non si capisce perchè – come ha sostenuto il suo avvocato – non si potesse effettuare un semplice controllo sulla corrispondenza anzichè sottomettere Cospito al peggior regime carcerario di questo paese. Neanche i pareri contrari del DAP, del DDA di Torino e per ben due volte del DNAA hanno fatto indietreggiare il ministro della giustizia Nordio.
Sembra evidente, dinanzi a questo scenario, la volontà dello Stato di mostrarsi forte con un uomo che ha lottato – in maniera assolutamente non convenzionale e a dir poco controversa- per i suoi ideali, con pene irragionevoli volte solamente a dare un’immagine autoritaria e invalicabile di sè, afferrando in pubblica piazza chi considera la democrazia moderna una cosa sporca e tossica, e punendolo con metodi che di democratico hanno poco, ma che accontentano il popolino che gode a trovare un cattivo da odiare, e gode ancor di più a vedere quel cattivo messo a marcire e soffrire. C’è chi si sente al sicuro con uno Stato che si comporta da criminale contro i criminali, e chi invece si sente nel peggiore dei romanzi distopici.
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