
Con il rigore della cronista di razza, Francesca Fagnani esamina le fonti giudiziarie, collega i fatti, ricostruisce antiche alleanze e recenti rivalità che definiscono la geografia criminale della Capitale. Mala è un’inchiesta documentata, implacabile e travolgente come una serie tv sui narcos sudamericani, che svela chi sono i nuovi padroni di Roma, la città che si diceva non volesse padroni.
Con lei, presso la Fondazione Foqus dei Quartieri Spagnoli, a presentare il suo nuovo libro c’era anche il sindaco Gaetano Manfredi e Francesco De Core, redattore capo di Il Mattino.
Il libro sembra presentarsi quasi come un romanzo per il modo in cui si presentano i personaggi. «Sono persone che non scelgono di andare a vivere nell’attico di piazza di Spagna, preferiscono essere i principi dei loro quartieri senza avere un upgrade sociale», commenta stupito De Core.
«C’è sempre stata però un po’ una resistenza a considerare Roma una città mafiosa – dice Fagnani -. Abbiamo avuto la percezione dell’esistenza dei Casamonica solo quando c’è stato il famoso funerale con la carrozza ed i cavalli». Un esempio è la realtà emergente della società albanese che ebbe inizio come agenzia del crimine dove fornivano armi e killer alle nostre organizzazioni.
«Oggi il gruppo degli albanesi è al pari della ‘Ndrangheta, questo per dire quanto non si ha percezione dei fenomeni mafiosi. Percezione che gli permette e gli consente di crescere».
Roma passerebbe sottovalutata agli occhi della giornalista, al contrario di come avviene a Napoli che sembrerebbe invece sempre al centro di un’attenzione mediatica causata dalla criminalità organizzata. «La narrazione è potente – dice Manfredi – nell’immaginario collettivo la realtà è diversa dalla narrazione di un luogo. A Napoli è mancata la narrazione positiva. Il tema camorristico è, invece, nell’uso comune».
Le realtà dei circoli romani nascondono spesso delle ambiguità: «Ovviamente non sono correlati però alle volte si incrociano» dice la Fagnani. «Il legame fra la malavita e il potere penso che sia intrinseco. A Roma c’è un’accettazione sociale maggiore, non c’è una condanna sociale».
A Roma c’è una resistenza a dire che ci sono mafie che operano anche a livello internazionale. Meno se ne parla e meglio è, ci fa intendere la giornalista. Ci sono centri di interesse e potere come il Vaticano ed il governo che distraggono e abbagliano la vista da altre sovrastrutture esistenti nella capitale.
Conosciamo tutti Francesca Fagnani per il suo programma Belve, dal pubblico si apre la domanda se questo successo possa frantumarsi con questa inchiesta. Ma la Fagnani risponde ricordando che prima ancora del suo programma si è sempre occupata di questo. «Non mi sento preoccupata per l’inchiesta, anzi, mi sento una privilegiata nel raccontarlo». Infine la presentazione si è chiusa con una nostra domanda.
La verticalità dello studio dei personaggi di queste storie raccontate nel libro aprono ad un livello di emotività che è difficile da gestire. Come si gestisce l’empatia nel lavoro giornalistico?
«Preferisco mettere sul tavolo tutte le carte disponibili per far sì che il lettore possa avere i mezzi per trarre i suoi giudizi. Non so se sia empatia ma certamente cerco di raccontare un personaggio in modo tridimensionale. Grazie a molte ricerche ho avuto la possibilità di capire le caratteristiche della personalità, non solo dei reati che hanno commesso queste persone».
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