
A pochi passi dal futuro villaggio che ospiterà la Coppa America, nei fondali tra la Gaiola e Nisida, si nasconde l’unica foresta corallina della città, estesa per oltre 19 ettari. Oggi questo straordinario ecosistema è gravemente minacciato dagli scarichi, come rivelano i nuovi allarmanti dati del progetto di ricerca Urchin.
Tra la secca della Cavallara, il banco di Nisida e la secca della Badessa, a una profondità compresa tra i 15 e i 35 metri davanti a Coroglio giace una foresta sottomarina piena di vita. Composta da alghe calcaree, banchi di posidonia, gorgonie e madrepore, l’area è una vera e propria oasi di biodiversità che ospita ben 23 specie tutelate a livello internazionale. Tale patrimonio è stato al centro di due anni di studi con il progetto Urchin (Underwater Research Coralligenous Habitat in Naples), condotto dallo staff del Parco Sommerso della Gaiola e finanziato con fondi del PNRR su mandato del Ministero dell’Università e della Ricerca, il quale ha portato a risultati fondamentali per valutare lo stato di salute dell’ambiente. Infatti, grazie a ripetute immersioni e all’utilizzo di un drone sottomarino (ROV), i ricercatori sono riusciti a esplorare e mappare 18 chilometri di fondale, e i risultati del lavoro, presentati l’11 aprile presso la sede dell’Area Marina Protetta in occasione della “Giornata del Mare”, hanno purtroppo portato alla luce una minaccia devastante per questo prezioso ecosistema locale.
Man mano che ci si avvicina al fondo, l’ambiente sbiadisce a causa di un fitto tappeto di fanghiglia e immondizia. I ricercatori hanno ribattezzato questo fenomeno “Marf“, ovvero Masse Aggregate di Rifiuti Fognari, descritto come un vero e proprio “blob sottomarino” formato da centinaia di metri quadri di salviette monouso in tnt, plastica e assorbenti igienici. Questo materiale inquinante, unito ai residui non biodegradabili della mitilicoltura e alle reti o nasse abbandonate che ancora intrappolano i pesci, soffoca letteralmente il fondale, provocando la morte degli organismi sessili e di gran parte della fauna che lo popola. Giovanni Fulvio Russo, docente dell’Università Parthenope, ha evidenziato che queste enormi masse di poliestere e polipropilene non rappresentano solo un danno ecologico, ma costituiscono un rischio tangibile anche per la salute umana a causa dell’inevitabile ingresso delle microplastiche nella catena alimentare ittica.
La genesi di questo disastro ambientale risiede principalmente negli scarichi fognari del collettore di acque reflue di Coroglio: l’impianto infatti bypassa il depuratore di Cuma riversando direttamente in mare tonnellate di acque di fogna non ancora trattate. Già lo scorso dicembre la pagina dell’associazione Csi Gaiola Onlus aveva denunciato la comparsa di un’estesa chiazza marrone a Cala Badessa, durata oltre otto giorni e causata da liquami fuoriusciti da condotte sottomarine evidentemente lesionate durante i lavori sull’emissario di Cuma. Nonostante la gravità di questo inquinamento cronico sia nota da anni sia al ministero dell’Ambiente che all’Ispra, il nuovo programma urbanistico (Praru) per la rigenerazione di Bagnoli-Coroglio non prevede affatto l’eliminazione di tali sversamenti. Al contrario, il progetto ne dispone un preoccupante raddoppio: verrà mantenuto lo scarico di bypass costiero, affiancato da un secondo sbocco, e sarà installata una terza condotta direttamente sui fondali.
Maurizio Simeone, direttore del Parco Sommerso che si batte da oltre un ventennio contro questi sversamenti continui, ha auspicato che gli inequivocabili dati emersi dal progetto Urchin palesino definitivamente a tutti le reali proporzioni del disastro in corso. Sulla stessa linea Valentina Di Miccoli, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace, ha definito la scelta ingegneristica di raddoppiare gli scarichi fognari totalmente incomprensibile e nettamente contraria a ogni dovere normativo di salvaguardia. Per sanare in modo definitivo la situazione occorrerebbe invece un’azione di bonifica immediata e un deciso cambio di direzione nelle scelte infrastrutturali, unico modo per tutelare la salute pubblica e preservare l’ultimo tesoro corallino di Napoli
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