
Polemiche su I Patagarri al concerto del Primo Maggio di Roma: li hanno definiti raccapriccianti, quando semplicemente sei ragazzi non hanno fatto altro che approfittare degli schermi che avevano a disposizione per mandare un messaggio di vicinanza, di sensibilizzazione su questioni che sembrano non riguardare la nostra società solo perché non direttamente colpiti dalle vicende. Ma cosa è successo?
In piazza San Giovanni a Roma, si è tenuto il concerto del primo maggio per la festa dei lavoratori. Ancora una volta la capitale si conferma teatro di resistenza e solidarietà internazionale. In prima linea I Patagarri portano un messaggio che va oltre le rivendicazioni del lavoro: un inno accorato alla libertà della Palestina.
Oltre 50 artisti in piazza San Giovanni a Roma per il concerto del primo maggio che si tiene ogni anno per celebrare la festa dei lavoratori. Occasione per trasferire idee ed ideali. Tra i presenti a fare la differenza con autenticità e tenacia sono stati I Patagarri che non hanno perso occasione per cantare alla Palestina libera. La band milanese servendosi di un brano della tradizione ebraica, ha invitato il pubblico a recitare il motto pro-Palestina. I ragazzi hanno dichiarato subito dopo l’esibizione: «Essendo un palco del primo maggio ci sembrava assurdo venire senza portare un messaggio in tutela delle persone più sfortunate di noi che si trovano in situazioni gravi».
Il gesto non ha destato poche polemiche. Immediate le risposte di Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei, Unione delle comunità ebraiche italiane. La stessa comunità ebraica di Roma ha espresso disprezzo e indignazione nei confronti dei Patagarri. «Ascoltare una nostra canzone dal palco del Primo Maggio in diretta tv, culminante nel grido “Palestina Libera!’, lo slogan delle piazze che invocano la cancellazione di Israele, è un insulto e una violenza».
Una chiave di lettura che lascia spazio all’odio e alla divisione. La verità è che farsi sentire non va più di moda. Li hanno definiti raccapriccianti, quando semplicemente sei ragazzi non hanno fatto altro che approfittare degli schermi che avevano a disposizione per mandare un messaggio di vicinanza, di sensibilizzazione su questioni che sembrano non riguardare la nostra società solo perché non direttamente colpiti dalle vicende. La protesta vocale, viscerale, collettiva, lascia sempre più spazio a gesti filtrati, schermati, a un attivismo spesso confinato nei like. L’urlo, un tempo linguaggio necessario, ora suona quasi stonato in una società che preferisce il silenzio comodo alla dissonanza scomoda. La realtà dei fatti è che a nessuno interessa dei padri, delle madri e dei bambini che vivono condizioni di vita insostenibili e disumane da ormai lungo tempo.
Ciò che mi sembra raccapricciante è invece l’immobilismo. Basta perdere occasione, aspettare nella speranza, starsene in silenzio nella rassegnazione. Seppur incompresi, I Patagarri ci ricordano che farsi sentire è ancora possibile, ma ci costringono anche a chiederci: quanti ancora hanno voglia di ascoltare?
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