
Lo si dà per scontato: invecchiare significa anche perdere la memoria. In Italia sono un milione le persone affette da demenza e tra di loro 600 mila soffrono di Alzheimer. Con il passare del tempo, questa malattia neurodegenerativa, che distrugge progressivamente le cellule del cervello, porta alla perdita di memoria. E così una madre non riconosce il figlio, un marito la moglie. Un’emergenza sociale e sanitaria destinata ad aggravarsi ulteriormente con l’invecchiamento della popolazione.
I dati sono allarmanti. Secondo alcuni studi, in Italia si stima che i nuovi casi di demenza siano circa 150mila ogni anno e i nuovi malati di Alzheimer siano circa 70mila. Oggigiorno, sono circa 650mila e per quasi tutta la durata della malattia sono curati a casa. Le persone coinvolte nell’assistenza dei malati di Alzheimer sono circa 3 milioni e sono spesso donne. Il costo annuo della malattia di Alzheimer in Italia è stimato in oltre 15 miliardi di euro. Circa l’80% sono costi diretti e indiretti che pesano su famiglia e caregiver.
Altro nodo su cui molte ricerche puntano sono i modi per prevenire questo tipo di malattia: numerose, infatti, sono le evidenze a favore del ruolo protettivo da parte degli stili di vita, come un’alimentazione sana, attività fisica, poco alcol, niente fumo. Tra i fattori di rischio su cui recente è stata puntata l’attenzione vi è anche l’inquinamento acustico.
Uno studio, pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e condotto in Danimarca sui dati di circa 2 milioni di persone, dimostra che il rumore delle città aumenta il rischio di demenza: su 8mila casi di demenza, mille possono essere attribuiti all’esposizione al rumore del traffico delle città.
Sebbene la nostra comprensione della malattia continui a migliorare, al momento non esiste una cura. I farmaci disponibili mirano principalmente a rallentare il declino cognitivo e ridurre alcuni disturbi comportamentali. Per comprendere meglio le origini della malattia, una delle principali sfide della ricerca è quella di caratterizzare meglio i suoi fattori di rischio genetico identificando i processi fisiopatologici in gioco e quindi proporre nuovi bersagli terapeutici.
Sul sito del ministero della Salute si trovano dati che dovrebbero far riflettere chi ci governa, visto l’aumento della popolazione anziana in Italia e nel mondo. Si stima, ad esempio, che nel nostro Paese, secondo le proiezioni demografiche, ci saranno 280 anziani ogni 100 giovani nel 2051, con conseguente incremento delle malattie croniche legate all’età e quindi anche delle demenze.
Entro il 2030 si prevede (i dati sono forniti dal Global Action Plan 2017-2025 dell’OMS) che la demenza potrebbe colpire, in tutto il mondo, 75 milioni di persone e 132 milioni entro il 2050, con circa 10 milioni di nuovi casi all’anno (1 ogni 3 secondi).
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