
“Amore tossico. I crimini passionali: dalla violenza domestica a quella in rete” è il titolo del convegno che si è tenuto martedì 13 febbraio nella Sala Conferenze “Giacomo Matteotti” della Camera dei Deputati, in piazza del Parlamento a Roma. Rappresentanti delle Istituzioni, delle Forze dell’Ordine, Avvocati, medici, psicologi, giudici che hanno lanciato un messaggio chiaro: parlarne, sempre, ovunque, comunque per lanciare un segnale forte e compatto: mai più morire d’amore.
L’incontro, moderato dalla giornalista Francesca Lovatelli Caetani, si è aperto con delle parole importanti dell’Onorevole Gimmi Cangiano: «Alla Camera dei Deputati abbiamo portato un tema delicato e complesso: l’amore tossico. Che poi è strano quanto due parole così distinte e distanti tra loro, insieme diventino uno dei fenomeni più preoccupanti e spaventosi degli ultimi tempi che va indagato che va conosciuto, che va denunciato».
Il web, luogo virtuale di dibatti e confronti a livello planetario è anche un serbatoio di violazione dei diritti fondamentali della persona sia della vittima che dell’aggressore. A fare il punto giuridico della situazione è stata l’avv. Rossana Ferraro: «In primo luogo, l’indagato in dispregio al principio del Giusto Processo di cui all’art. 6 della CEDU, viene giudicato in un’aula planetaria senza alcun diritto di difesa. In secondo luogo, la vittima subisce un’atipica forma di “vittimizzazione secondaria” ad opera di internauti, che ne colpevolizzano l’identità e la dignità, che cancellano in un nanosecondo le conquiste di civiltà del diritto moderno. Tale condotta genera una forma nuova di “vittimizzazione secondaria” della vittima, che si realizza appunto nel web».
Com’è possibile che chi dice di amare possa al contempo commettere una violenza alla donna oggetto del suo amore? Lo ha spiegato molto bene la Prof.ssa Maura Ianni, docente di Psicologia Generale all’Università degli studi di Roma Tor Vergata, psicoanalista e autrice. «La rabbia, l’aggressività, l’odio, il dolore, la paura fanno parte della natura umana, dominano la mente e trasformano “cappuccetto rosso” sia nella nonna che nel lupo cattivo. Siamo Madre Teresa di Calcutta, ma anche Heinrich Himmler. Siamo coloro che salvano uomini e donne dal mare ma siamo anche capaci di bombardare, distruggere, perseguitare gli uomini e le donne che hanno un’altra pelle, un’altra cultura e un’altra fede. Urge un piano di educazione psico-emotiva che dia valore alla conoscenza della natura umana e che educhi all’ascolto emotivo, alla condivisione e alla reciprocità».
Ne ha parlato il dott. Emanuele Ricifari, Dirigente generale di pubblica sicurezza presso il Ministero dell’Interno, al quale abbiamo posto anche alcune domande: «Dal 2015 il nostro paese si avvale di strumenti preventivi, come l’ammonimento, che hanno un’importanza molto più elevata di quello che si dice. Il fatto che si sia dovuto arrivare al Codice Rosso per imporre ai magistrati di occuparsi con urgenza di certi casi è una sconfitta. Il fatto che si debba vietare ai giovani di avere atteggiamenti molesti a scuola con una circolare del preside, è una sconfitta. Questo denuncia che la più grande emergenza è quella educativa».
«Tematiche importanti come questa devono essere trattate senza spettacolarizzazione, con rispetto. Rispettando quello che già esiste che è la Carta di Treviso circa la deontologia professionale, senza polarizzare i dibattiti creando delle vere e proprie arene».
Un parere importante, ponendo il tema a livello internazionale, lo abbiamo chiesto all’Ambasciatore ONU ai diritti umani Marouan El mansoub.
«Il problema è molto sentito a livello internazionale e tocca qualsiasi paese, ma purtroppo se ne parla poco. L’ONU tramite le sue sedi ufficiali a Ginevra, Vienna e New York, sensibilizza sul questo tema. Il nostro obbiettivo è parlarne ed eliminare la censura. Tante volte abbiamo visto come in alcuni paesi si censurano le violenze di genere, nelle scuole i figli nascondono di subire violenza domestica».
«In parte si, purtroppo noi interveniamo solo per i casi più gravi. Grazie alle associazioni, alle denunce, all’intervento di enti scolastici, si comincia a fare chiarezza. Stiamo cercando di ripartire dalle basi, dall’educazione all’antiviolenza».
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