
C’è un mostro in questa stanza?
Con questa domanda Elia Bonci, scrittore ed attivista, inizia le presentazioni della sua ultima opera, “Anatomia di un mostro”, pubblicata nel dicembre 2025 da D Editore.
Che cos’è un mostro? Come lo descriveremmo? Cosa ha ognuna di noi di mostruoso? Da queste riflessioni è giusto partire nel presentare il primo saggio di Bonci, già autore di “Distruttori di felicità”, “Diphylleia. Solo l’Amore Può Distruggere l’Omofobia”, “Controcuore: Non avere paura di essere chi sei” e “Il cuore nei ricordi”.
Un saggio corporeo, dissidente, sporco: così si autodefinisce questo testo che si presenta come un manifesto, un elogio della rabbia. Le identità trans*, che la società ha fretta di incasellare in un riconoscibile binarismo, sono invitate a riappropriarsi della propria mostruosità e a fare del fastidio che provocano un’arma politica e sociale.
“Anatomia di un mostro” è una raccolta di scritti, memorie, pensieri intimi dell’autore che inizialmente, ci racconta, pensava non avrebbe mai pubblicato.
«La scoperta della mia bestialitrans, credo, mi ha convinto a non lasciare Anatomia di un mostro in un cassetto. All’inizio, mentre scrivevo questo testo mi sentivo molto solo, incompreso, come se tutta la rabbia che stavo buttando su carta fosse fondamentalmente esagerata e inutile. Autodeterminarmi prima come persona trans*, poi come mostro e infine anche come bestia mi ha dato la spinta necessaria. Aver capito in sostanza che il mostro sono io, ma che sono anche la bestia per questa società, e che da questa condizione di dissidenza e non-prevedibilità posso spaccare le norme cis-etero-binarie e creare fratture di speranza per ricostruire una società ampia e intersezionale. Anatomia di un mostro viene alla luce per dare fastidio, per disintegrare i sistemi opprimenti di potere e per rivendicare un tipo di esistenza che va oltre l’umano.
Ciò che alla fine mi ha convinto a pubblicare questo lavoro, nonostante le mie iniziali resistenze, è stata la consapevolezza che quelle pagine non appartenessero solo a me. Ho scritto Anatomia di un mostro con l’intento preciso di dare vita a un manifesto della rabbia trans*. Volevo sottrarre la rabbia alla dimensione puramente individuale per trasformarla in una rabbia collettiva e trasformativa. Una rabbia intersezionale, che possa abbracciare tutte le soggettività non previste e dissidenti, compresi gli animali non umani».
Come giornaliste e giornalisti è importante domandarci quali sono gli errori più frequenti in cui cadiamo nel raccontare storie che attraversano le comunità trans*. Se da un lato esiste una fetta di stampa dichiaratamente omotransfobica, dall’altro c’è quella ‘alleata’, spesso inconsapevolmente colpevole di mancanze di rispetto altrettanto gravi. Lo abbiamo chiesto ad Elia, che nella sua esperienza di autore esposto a livello mediatico con la stampa ha avuto spesso a che fare.
«È un’ottima domanda, perché spesso i danni maggiori non arrivano da chi è dichiaratamente ostile, ma da chi pensa di essere alleato pur mantenendo un approccio sensazionalistico. Gli errori più comuni non sono sempre atti di cattiveria, ma sono spesso figli di una curiosità che scavalca il rispetto. Nonostante ci si presenti con un’identità chiara, l’errore nel pronome è ancora frequentissimo. Non è solo una svista grammaticale, è un atto che invalida istantaneamente la realtà della persona intervistata. C’è inoltre la tendenza a porre domande estremamente intime che nulla hanno a che fare con l’argomento dell’intervista. Spesso ci si concentra sul corpo o sulla parte medica anche quando si dovrebbe parlare di competenza professionale o attivismo, rendendo la persona trans* un mostro da lettino, per citare Preciado, anziché un interlocutore. Molte testate poi cercano o pubblicano foto pre-percorso senza alcun consenso.
Questo approccio riduce la transgenerità a un gioco estetico di contrasti, ignorando che per molti quel passato è fonte di sofferenza. Pubblicare immagini o informazioni del passato che la persona non è disposta a condividere può scatenare stati d’animo depressivi. Infine, spesso succede che il giornalista si fa voce della comunità trans* pur non sapendone nulla, finendo per sovrapporre la propria narrazione a quella delle persone interessate. Si parla delle persone trans* senza lasciarle parlare, decidendo a priori quali siano i loro bisogni o le loro sofferenze. Questo toglie potere e autodeterminazione a chi quella realtà la vive sulla propria pelle».
“Anatomia di un mostro”, di Elia Bonci, è acquistabile online in formato cartaceo o ebook.
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