
Due anni fa gli USA ribaltavano la legge Roe v. Wade, cioè quella legge che garantiva costituzionalmente il diritto all’aborto. Con il ribaltamento, la decisione sulla legalità o meno della pratica abortiva e delle sue modalità è stata delegata ai singoli Stati. Le conseguenze di questa decisione sono state disastrose, dividendo gli Stati Uniti in regioni più progressiste e altre molto più tradizionaliste, che hanno vietato del tutto la pratica dell’IVG.
Ma perché torniamo a parlare di aborto negli USA? Il martedì di questa settimana la Corte Suprema degli Stati Uniti è tornata ad occuparsi delle modalità di accesso al mifepristone e al misoprostolo. Questi due farmaci vengono utilizzati per praticare l’aborto farmacologico e negli USA vengono venduti dal 2021 anche per posta, previo consulto medico telematico.
La Corte Suprema statunitense è chiamata a decidere se questa tipologia di accesso all’aborto può essere ancora praticata o debbano essere ripristinate le modalità di assunzione del farmaco, privilegiando visite di persona. La situazione, dal punto di vista di un italiano, ha una risposta lapalissiana. Ciò di cui non si tiene conto però è la grande differenza che consta tra il modello statunitense e quello italiano, o comunque europeo, di accesso alla sanità.
Infatti moltissime persone vivono in zone rurali estremamente lontane da ospedali o anche centri medici, rendendo complesso, se non talvolta impossibile, il ricorso ad un consulto di persona, soprattutto se parliamo di minorenni o di persone con scarse risorse finanziarie.
L’OMS ha inserito sia il mifepristone che il misoprostolo nell’elenco dei medicinali essenziali, ritenendoli un modo efficace e sicuro di praticare l’aborto. Questo, ovviamente, a patto che vengano rispettate condizioni specifiche, come il non aver superato le 12 settimane dal concepimento.
Questa decisione si è prestata a molteplici critiche, in primis per l’uso autogestito del farmaco e per la sfiducia che in molti ripongono nella telemedicina, ma anche per il fatto che attraverso questa pratica “postale” è possibile aggirare le leggi dello Stato in cui si vive.
La decisione della Corte Suprema dovrà arrivare a giugno, qualche mese prima delle elezioni presidenziali. Da qui si comprende la natura estremamente politica di questo tema: infatti Biden e i democratici si sono mostrati fermi nella loro idea di mantenere, tutelare e ampliare il diritto all’aborto.
Al contrario, la corrente repubblicana si mostra più conservatrice, a scapito però di quelle che sono le idee che Trump ha fatto emergere. Infatti l’ex presidente aveva parlato di mettere un limite federale più preciso alle settimane in cui è possibile ricorrere all’aborto, fissandolo a 15 settimane.
Questo ci spinge a riflettere su due tematiche importanti, soprattutto in merito alle opinioni che spesso applichiamo quando giudichiamo politiche e realtà sociali di altri paesi. La visione di Trump, che sembrerebbe meno “progressista”, è in realtà un passo in avanti rispetto al limite legge in Italia, che è di 12 settimane. Progresso e tradizione ci sembrano sempre così netti da distinguere, ma quando entrano in casa nostra come ci comportiamo?
di Valeria Marchese
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