
Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute, gli atti di bullismo subiti a scuola sono più frequenti nei più piccoli tra gli 11 e i 13 anni e nelle ragazze, e tendono a diminuire con l’aumentare dell’età. I numeri di vittime di bullismo in Italia non sono per nulla confortanti: tra gli undicenni si calcola una percentuale del 20% che decresce fino a dimezzarsi alla soglia dei 15 anni di età. Un altro aspetto importante, nell’era di Internet, è il fenomeno del cyberbullismo, attraverso il quale un singolo o un gruppo commette atti di violenza fisica o psichica, anche in anonimato, ed offende la vittima mediante la diffusione di materiale denigratorio, soprattutto testi e immagini. Le percentuali delle vittime di bullismo e cyberbullismo sono sostanzialmente equivalenti. La ricerca del Ministero della Salute ha evidenziato che all’interno delle famiglie, al crescere dell’età, diminuisce la facilità con cui i ragazzi si aprono ad entrambi i genitori e aumenta la difficoltà di interloquire con la figura paterna. La maggior parte dei ragazzi condivide gioie e dolori con i propri coetanei rivolgendosi ad essi anche nelle situazioni di bisogno o problematiche. E se un ruolo importante lo giocano i docenti – la maggioranza dei giovani dichiara di fidarsi dei professori – la scuola è ancora per tanti studenti fonte di stress dove prende corpo la maggior parte dei casi di bullismo.
Emblematico il caso di Andrea Spezzacatena, un giovane studente del Liceo Cavour di Roma che si toglie la vita, a 15 anni, il 20 novembre 2012, vittima di bullismo scolastico a causa del suo orientamento omosessuale. Grazie a Sara, un’amica, conosce Christian Todi, che canta in un coro papale al quale successivamente viene ammesso anche Andrea. È nell’aria il divorzio dei genitori e Andrea confida a Christian il suo malessere. Le sue confidenze diventano oggetto di scherno nella classe che frequentano insieme. I suoi compagni avevano creato, a sua insaputa, una pagina Facebook di derisione dal titolo “Il ragazzo dai pantaloni rosa”. Andrea aveva deciso di indossare comunque dei pantaloni rossi che la madre Teresa, per un errore di lavaggio, aveva fatto sbiadire facendoli diventare rosa. La pagina social dà il titolo al film uscito in tutte le sale qualche mese fa. Abbiamo intervistato la madre di Andrea, Teresa Manes, impegnata a girare le scuole d’Italia per sensibilizzare gli studenti al fenomeno della violenza.
Crede che l’educazione affettiva possa essere veicolata a scuola o l’unica agenzia educativa rimane la famiglia?
«Sono convinta che la scuola debba educare all’affettività per rispondere ad un’esigenza sempre più avvertita a livello sociale, visto il crescente fenomeno di devianza sociale giovanile. Il cyberbullismo è il frutto di una mancata educazione al rispetto».
E i genitori, secondo te, sono all’altezza di educare i figli?
«Non tutti i genitori sono presenti nella vita dei figli, a volte non sono esempi valoriali, in alcuni casi c’è una loro totale assenza».
Il cyberbullismo è ormai un problema urgente. Cosa si può fare? E chi lo dovrebbe fare?
«Quando si parla di bullismo e cyberbullismo si ha a che fare con un fenomeno multiforme. Dietro la devianza ci sono tante ragioni. Si dice che la cattiveria non esiste, ma non è vero: la cattiveria esiste perché esiste una ragione. Bisogna intervenire su quella ragione. I ragazzi che incontro spesso manifestano stati di ansia e rabbia che, devono capire, deve essere soltanto incanalata nelle forme più giuste. Un po’ come ho fatto io con il dolore per la morte di Andrea, perché il dolore, come ho sempre detto e scritto, così come la rabbia, è un’energia. Bisogna convertire qualcosa di negativo, che ci è capitato e che ci investe emotivamente, in una cosa costruttiva, che per sua natura è positiva. Per contrastare il bullismo bisogna agire su più fronti: la prevenzione anzitutto. Bisogna insegnare ai più piccoli i rischi che derivano da un uso improprio della rete e intervenire, lì dove il reato è stato già compiuto, con azioni punitive che si manifestino nella loro esemplarità. In caso contrario si legittimerebbe una condotta che soprattutto l’adolescente o il preadolescente non comprende nella sua gravità, giovane che non viene chiamato all’assunzione delle proprie responsabilità».
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