
29 maggio 1982. Un uomo e sua figlia di 11 anni stanno tornando a casa dopo una giornata passata al mare, quando una macchina si affianca alla loro e spara una raffica di colpi. Il padre, Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina e impegnato nella lotta alla camorra, si salva per miracolo; la figlia, Simonetta, non avrà la stessa sorte, e sarà ricordata come una delle vittime di mafia più giovani di sempre. Questa è la storia del tragico omicidio di Simonetta Lamberti, ma non è ciò di cui parlerà quest’articolo. In 40 anni si è già fatta abbastanza cronaca nera su questo episodio. La fattispecie ancora da scoprire in questa faccenda è quella di una madre che riesce a rialzarsi nel momento in cui è facile farsi crollare tutto addosso, riuscendo addirittura a scoprire lati del proprio animo difficili da scovare, come il perdono.
Angela Procaccini, la mamma di Simonetta, ha vissuto mille vite, sia prima che dopo quell’evento. Ma tutte con un unico obiettivo: esportare amore e cultura. Angela era impegnata nel sociale già prima di ricevere quella notizia, a fine maggio dell’82. Ma quel giorno ha forse rappresentato un vero e proprio spartiacque nella sua vita. E allora parte proprio dal raccontarci quei momenti lì, per spiegarci il suo percorso: «Quando all’ospedale mi hanno detto che non c’era più niente da fare sono scesa giù, non ho voluto vedere Simonetta. Confesso il mio limite, la mia debolezza, la mia viltà. L’hanno inserita nell’ambulanza, perché hanno voluto che la portassi via prima dall’ospedale, perché altrimenti avrebbe dovuto subire l’autopsia se fosse morta in ospedale. Per evitare quest’ulteriore strazio a questa creatura l’hanno fatta uscire prima della sua morte. Quando siamo arrivati poi a casa, continuo a confessare la mia viltà, non ho voluto vederla, niente». Angela vive i primi momenti della morte di sua figlia in questo modo, soffocando il proprio dolore, sopprimendolo.
Ciò che la salva dall’agonia è proprio quel valore che ha sempre perseguito nella sua vita, rivelatosi fondamentale per ricominciare a vivere: la poesia. «La prima volta è stata veramente terribile. Non era una poesia, erano urla, anzi urli come quelli degli animali, quando gli animali urlano il loro dolore. La prima fase della mia produzione poetica è stata molto molto violenta. Schegge, erano schegge che lanciavo. Poesie brevi, fulminanti, che cacciavano fuori il malessere per quanto era possibile. Gradualmente poi questo malessere si è incanalato in una maniera più tranquilla. È inutile che io ve lo ripeta, il dolore che si affronta e che si deve superare è macroscopico, non ha parole. È stato il filtro della poesia, della bellezza, con la B maiuscola».
Da lì Angela ha continuato la sua attività sociale e culturale, divenendo simbolo del contrasto alla Camorra, raccontando in lungo e in largo la storia della sua famiglia. Emblematico fu il momento in cui riuscì a perdonare il carnefice di sua figlia: «Io non ho mai provato, ve lo assicuro, ve lo giuro, non ho mai provato quel desiderio di vendetta, di odio, di cattiveria, chi è stato, chi non è stato. Molte volte i parenti di persone uccise dalla camorra, vittime innocenti, vogliono per forza andare in fondo, sapere, ma a che serve? Io non ho mai sentito questo bisogno. A volte si parla di giustizia, loro lo fanno, dicono, per giustizia. Sarà giustizia, ma io preferisco l’amore alla giustizia». Oggi Angela è dirigente scolastico all’Istituto Il Nuovo Bianchi; collabora con l’associazione Libera, esporta la cultura tra i ragazzi, nelle scuole, nelle carceri, ovunque glielo si chieda. A chi le chiede perché faccia tutto questo, quale sia il suo obiettivo, risponde: «Voglio donare, anche se non ricevo molto in cambio, perché non sempre si riceve. Ma il vero amore è quello, donare la carità, la carità cristiana, questo significa non tutto mi riesce, però io ce la metto tutta, appunto, nel segno e nel nome dell’amore».
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