
Immaginate un luogo nel quale il tempo si è fermato a più di duemila anni fa. Un luogo dove, anche solo camminando, ci si imbatte in resti archeologici di valore inestimabile, che ci raccontano la storia di una città la cui storia comincia ancor prima di quella di Roma. Ecco, ora provate a immaginare un’autostrada che taglia in due questo luogo, martoriato dall’incuria e ancora semisommerso nella terra. Tutto questo è il sito archeologico dell’Antica Cales, oggi situato nel territorio di Calvi Risorta. Abbiamo parlato di questo luogo straordinario con Silver Mele, giornalista caleno che qualche anno fa si è occupato diffusamente del tema nel libro “Cales: il grande oltraggio”, nel quale cerca di tracciare un profilo storico, ma non esente da aspre critiche sociali, di tutta la vicenda che ha portato Cales dall’essere il ricco crocevia tra Roma e Capua a diventare l’ombra di sé stessa.
La storia di Cales, come già detto, è antichissima e si perde nella leggenda. «Cales fu capitale d’Ausonia», ci ricorda Silver Mele, «e ne parla Virgilio nell’Eneide. Si sono sovrapposte più città antiche l’una sull’altra: sono passati gli Ausoni, gli Etruschi e infine i Romani, che la conquistarono nel 336 a.C grazie a Marco Valerio Corvo. Cales fu dunque la prima colonia romana in Campania e batté moneta per sessant’anni. Quelle stesse monete oggi si possono trovare su eBay per 30-40 euro.
Avete letto bene: Cales è stata trattata come un grande supermercato archeologico abusivo. All’apice del suo splendore tra il II e il I sec. a.C. aveva la stessa estensione di Pompei, ed oltre 60.000 abitanti. Diede i natali ad alcuni notevolissimi personaggi, tra cui il poeta Gneo Nevio e il condottiero Quinto Fufio Caleno, capo delle truppe cesariane in Grecia. Di Cales scrivono Catone il Censore, Orazio e Plinio il Vecchio, che ne lodano il clima salubre e la qualità dei vini».
L’antica città, in epoca moderna, è stata scavata poco e male: si stima che il 65-70% della città sia ancora sottoterra, nonostante le continue vessazioni dei tombaroli, spesso legati alla criminalità organizzata. «La storia degli scempi comincia nell’Ottocento – ci racconta Mele – quando il marchese di Salamanca, repubblicano spagnolo scappato dalla madrepatria, di mestiere costruttore di ferrovie, arrivò nel territorio caleno per costruire la linea Sparanise-Formia. Nel bel mezzo dei lavori, fu ritrovata un’enorme stele votiva, che fu trafugata insieme ad altre migliaia di pezzi».
Le ragioni sono naturalmente anche storiche: quando la città antica fu distrutta dai Saraceni, la popolazione si spostò sulle alture circostanti, creando il centro attuale di Calvi e perdendo centralità. «La città antica, infatti, si trova nelle campagne, e i contadini hanno zappato per secoli i reperti, e per questo non è difficile ritrovare al livello del terreno pezzi di piatti, monete o teste di statue».
In questo contesto i tombaroli della malavita organizzata hanno avuto vita facile e il territorio è diventato teatro anche di scontri armati tra esponenti di clan nemici. «Catello Maresca mi ha raccontato che non era difficile trovare, nelle case dei boss casalesi, i vasi di Cales. Oggi, in quasi ogni casa calena, c’è un reperto della città antica. Le responsabilità sono prevalentemente del governo centrale – ci dice il giornalista – già da quando nel 1940 Amedeo Maiuri, futuro soprintendente, tentò di sollevare la questione Cales. Nel 1950, in un altro scritto, dichiarò di aver perso le speranze.
Ad oggi non è cambiato quasi nulla, principalmente a causa della cronica mancanza di fondi delle soprintendenze. A fronte di una spesa – fattibile – di 20 milioni di euro, la Soprintendenza locale disporrebbe di appena 80mila euro, quanto basta appena per togliere le erbacce. Siamo dunque al parossismo, un epilogo tragicomico per una storia di degrado e decadenza che rende l’antica Cales la vera “Pompei mancata” del nostro territorio.
di Gianrenzo Orbassano e Gianmario Ricciardi
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