
Uno studio pubblicato da Mozilla Foundation riporta che l’80% delle app di incontri vende i dati sensibili degli utenti per campagne di marketing che puntano alla personalizzazione dell’offerta pubblicitaria. Pare che anche la popolarissima Tinder, come tante altre, faccia uso di una comunicazione volutamente ingannevole sull’utilizzo di questi dati, portando l’utente a non accertarsi dell’uso che ne viene fatto. Altre app meno trasparenti addirittura tracciano i movimenti dell’utenza con la geolocalizzazione. Oltre a informazioni che inseriamo noi deliberatamente, le app di incontri possono persino usufruire dei cosiddetti metadati. I metadati sono un particolare tipo di dati, come foto o audio, che consentono l’accesso ad una serie di informazioni, come gusti, preferenze e luoghi frequentati. A quel punto, nemmeno informazioni particolarmente sensibili come sesso, credo religioso e opinione politica sono più al sicuro.
L’intera esperienza sulle app di incontri, tuttavia, dipende fortemente dall’inserimento di una determinata quantità di dati. Più saranno i dati inseriti, maggiore sarà la possibilità di fare “match” con qualcuno. Ed è proprio per questo che tali app dovrebbero maggiormente tutelare questo tipo di informazioni. Tuttavia senza la presenza di una normativa forte a livello europeo sul trattamento di questi dati, sarà sempre impossibile tutelare realmente i fruitori di qualunque tipo di app. Il problema, infatti, non riguarda solo le app di incontri: si stima che il 25% delle app in genere venda informazioni e metadati. Qualcosa si sta muovendo, ma con l’avvento dell’intelligenza artificiale e di mezzi di appropriazione di dati sempre più potenti le normative vanno potenziate.
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