
La parola desiderio deriva dalla composizione della particella privativa “de” con il termine latino sidus-sideris (plurale sidera) che significa stella. Dunque, “desidera” da cui “desiderio” che vuol dire, letteralmente, “condizione in cui sono assenti le stelle”. Nell’etimologia stessa della parola desiderio c’è, quindi, il presupposto di una mancanza. Qualcosa che non abbiamo, di cui sentiamo la mancanza, e che infine desideriamo. Il desiderio è l’atto ultimo di un impulso che abbiamo in seguito a qualcosa che, invece, non è in noi. E dunque, desideriamo, bramiamo… ma come si declina questa mancanza? Tanti spunti sono stati offerti durante la rassegna culturale degli Ozi di Ercole al Parco archeologico di Ercolano, avente come tema fondamentale l’Archeologia del Desiderio.
«Il desiderio –afferma il Professor Gennaro Carillo, Direttore artistico della rassegna– è il motore del vivente: tutto ciò che vive, desidera. Dunque, parlare di esso è parlare della vita. Archeologia del desiderio è un sintagma che tiene conto non solo del desiderio, ma anche dell’ambivalenza della parola “archeologia”. Per noi è sì la scienza che si occupa del passato, ma significa anche “discorso dell’origine” e quindi abbiamo provato a sviluppare dei discorsi sulle origini e i destini del desiderio. L’antico è qualcosa che perdiamo e che, allo stesso tempo, desideriamo». Un’ambientazione calzante, quella del Parco archeologico di Ercolano, che ben raccoglie tutte le sfumature dell’argomento trattato, essendo una città quasi sepolta, paradossalmente è l’emblema del desiderio. Quando qualcosa ci manca è perché andiamo alla ricerca della sepoltura che c’è dentro di noi e, grazie a questa ricerca, continuiamo ad esistere.
«Qui, ad Ercolano, troviamo il desiderio declinato in vari modi – afferma il Direttore del Parco Francesco Sirano– ed è una cosa particolare che solo l’archeologia di questi luoghi può dare. Lo ritroviamo in un bordello dove si andava a compiere un atto sessuale, attraverso affreschi mitologici in vari ambienti delle case, nei piaceri della tavola, in edifici pubblici con l’esaltazione di desideri che vanno a buon fine, ma anche di quelli andati a male come segno di “avvertimento”.
Poi abbiamo il desiderio della conoscenza: caso unico del mondo antico, ad Ercolano c’era una scuola di filosofia nella Villa dei papiri». Tante sono state le declinazioni nel corso della serata, partendo da una frase chiave: “Siamo vivi finché sentiamo di desiderare qualcosa nella nostra vita”. Il celebre scrittore André Aciman, che noi tutti conosciamo per il libro “Chiamami col tuo nome”, ci parla di tante vite e tanti desideri che possiamo esprimere. Dunque, quante esistenze abbiamo? «Mille, ne abbiamo tante –afferma André Aciman–. Come abbiamo tante identità, siamo tante persone. Ogni giorno siamo una persona diversa. Ci ricordiamo chi siamo specialmente se abbiamo una nazione, una religione, un nome, una famiglia: questi sono dati anagrafici; ma in fondo noi siamo sempre in movimento, ci spostiamo da chi siamo e a volte siamo contenti di esserci spostati, come a volte ci resta la nostalgia di aver perso una persona che eravamo stati molti anni prima. Il desiderio può diventare una forma di nostalgia. Quest’ultimo è una cosa che si propone al futuro, alle cose, non si può avere desiderio per una cosa passata. Per me il desiderio è sempre stato una cosa non realizzata ancora, forse lo sarà».
“Eros che scioglie le membra di nuovo mi assale, irresistibile fiera dolceamara”. Sono queste le nove parole che, secondo Laura Pepe e Rossella De Martino, esprimono perfettamente l’eros. «Eros –afferma la Professoressa Laura Pepe– è l’espressione del desiderio, è indefinibile: si può dire quello che non è, ma non quello che è. Non è peccaminoso, Eros è un dio tiranno che domina tutti: gli dei e anche noi. E non possiamo cancellarlo dalla nostra esistenza perché ci rende uomini. Eros è una creatura primordiale, è stato creato con il mondo. Con il culto pagano l’abbiamo “demonizzato”, ma lui è un Dio ed è anche molto potente. Il mio motto è: ritorniamo pagani perché forse abbiamo molto da imparare».
Anche se, talvolta, declinato nell’attualità può avere un’accezione un po’ negativa. «Io mi chiedo ancora perché viene vista come una cosa negativa. In generale, è importante che ci sia perché ti porta fuori dall’ordinario, ti trasporta in un’altra dimensione, ti allontana dai pensieri bui e ti fa sentire vivo. Come l’arte: è necessaria. Che mondo sarebbe senza Eros?» -continua l’attrice Rossella De Martino. «L’Eros è ovunque, ma purtroppo oggi viene confuso con la pornografia. Quello che è erotico viene automaticamente burlato come pornografico. Bisognerebbe recuperare la dimensione buona di Eros che è vita non morte, non violenza, ma al contrario appagamento. È funzione vitale, ma che non fa male a nessuno» – conclude Laura Pepe.
Ma, come dicevamo, il desiderio può avere mille declinazioni, ma soprattutto può essere stimolato in tanti modi diversi: uno di questi è la musica. «La musica –afferma il musicista Giovanni Bietti– può stimolare il desiderio nei modi più vari e potenti. La nascita dell’opera deriva proprio dal fatto che i musicisti si rendono conto che nulla può rappresentare l’interiorità e il sentimento con la forza della musica».
A volte crediamo di essere persone razionali, nella maggior parte dei casi soprattutto crediamo di essere capaci di avere il controllo su noi stessi; invece, è esattamente il contrario: siamo dominati da sfumature del desiderio e non ce ne rendiamo conto. Anche la brama dell’uomo moderno di sapere, di elevarsi, di creare fino a superare i limiti dell’incredibile. «“Il desiderio presuppone qualcosa che non si ha”: per definizione Eros è mancanza, è povero ed è intermedio: sta fra ignoranza e conoscenza. L’uomo che desidera sapere è perché sa di non conoscere. In questo senso, per come lo racconta Platone nel Simposio, presuppone un vuoto» -afferma la Professoressa Maria Luisa Catoni.
Ma come, l’uomo di oggi, si relaziona con il desiderio della conoscenza? «Oggi c’è una consapevolezza crescente –afferma il Professor Mauro Bonazzi– dell’importanza della conoscenza, ma è ben diverso dal desiderio. C’è un duplice problema nei confronti della conoscenza, il primo è che noi la desideriamo in quanto crediamo che essa possa risolverci i grandi enigmi della vita come, ad esempio, “Cosa ci faccio qui?”. Il secondo, non meno importante, è l’idea/speranza che la conoscenza ci possa salvare. È vero, la conoscenza sta facendo scoperte incredibili, ma questo rischia di essere un’illusione: la conoscenza ci dice cosa possiamo fare, ma non cosa sia giusto fare. Bene e male sono cose di cui noi uomini dobbiamo prenderci la disponibilità, anche se su questo punto non c’è grande consapevolezza. È morto Dio che ci diceva cosa era bene e cosa era male e adesso ne stiamo cercando altri come, ad esempio, l’algoritmo, che ci dice cosa bisogna fare, ma è meglio non fidarsi, dobbiamo deciderlo noi».
Il desiderio è un po’ anche uno scambio tra la cosa desiderata e colui che desidera: una cosa che si ritrova molto spesso anche nel patto che si sugella tra spettatore e attore. Ed è lì che scatta una delle tante declinazioni del desiderio. «L’attore sul palco non è lo “spacciatore” di teatro, colui che deve abbeverare lo spettatore, ma c’è una reciprocità di sentimenti–afferma l’attore Roberto Latini– l’attore nutre lo spettatore e viceversa: è una condizione diversa che si sancisce una volta che c’è l’accordo». «L’atto stesso di interpretare –continua l’attrice Valentina Carnelutti– è la pratica stessa di un desiderio, quello del compiere il mestiere dell’attore. Si combina il desiderio di interpretare con quello interpretato e c’è un successo nel momento in cui riescono a coincidere nell’espressione di quanto si racconta».
I desideri sono molto segreti e nascosti. È qualcosa che abbiamo in noi, ma che non vogliamo ammettere. È quando vediamo una stella cadente e, magari non lo diciamo, ma non vediamo l’ora che “quella cosa” possa, prima o poi, accadere. «C’è un’espressione convenzionale che si esprime quando si è sotto le stelle cadenti: “Esprimi un desiderio”. Il paradosso qual è? Che lo esprimi, ma non lo dici, perché altrimenti lo bruci. Non si dice mai ad alta voce un desiderio e dunque sì, è una contraddizione. Quel desiderio che ha a che fare con l’eros, con qualcosa di profondo che c’è in noi, sembra indicibile e impossibile da esibire, ma io credo che la letteratura lavori proprio su quello: sulla possibilità di farti vedere, come se fosse una radiografia emotiva, quello che le persone desiderano e non dicono o non sanno di desiderare» -conclude lo scrittore Paolo Di Paolo.
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