
Arkeda, il Salone dell’Architettura, Edilizia, Design ed Arredo, alla Mostra d’Oltremare di Napoli, ha offerto un’occasione unica per riflettere sul profondo legame tra cinema e architettura. Un legame che va ben oltre la semplice rappresentazione visiva degli spazi, che si insinua nelle percezioni e nella stessa costruzione narrativa, per esplorare l’interconnessione tra la realtà fisica e la sua rappresentazione filmica.
Valerio Caprara, noto critico cinematografico, intervenuto alla presentazione del volume fotografico “L’ultimo spettacolo. Le sale cinematografiche di Napoli e provincia” di Salvatore De Chiara, ha sottolineato come il cinema non si limiti ad utilizzare l’architettura come semplice sfondo, ma la integri come parte integrante del linguaggio filmico. Lo spazio in cui si svolge l’azione cinematografica viene plasmato dall’emozione, dal soggetto e dallo sviluppo della trama, diventando funzionale alla storia del film e alla sua dimensione psicologica, mentale e storica. Secondo Caprara, film come ‘Metropolis‘ e ‘Megalopolis‘ sono la prova tangibile di come cinema e architettura siano indissolubilmente legati nella costruzione dello spazio, sia esso urbano o territoriale. Città, architettura e spazio urbano diventano elementi costitutivi della natura stessa del cinema, un’arte che Caprara definisce “chiave del Novecento“.
L’esplorazione del rapporto tra cinema e architettura ci porta a considerare una linea sottile che separa e al contempo unisce queste due discipline: il complesso intreccio di cesure e interconnessioni che caratterizza l’interazione tra il mondo reale e la sua rappresentazione filmica. Il cinema, per sua stessa natura, non può sfuggire all’architettura. La macchina da presa cattura inevitabilmente gli spazi architettonici, che siano scenografie create ad hoc o edifici preesistenti. Tuttavia, il cinema non si limita a riprodurre passivamente l’architettura; la trasforma attraverso il suo linguaggio, espandendola, delimitandola, tagliandola e ricomponendola. L’architettura, quindi, non è solo un soggetto tra tanti, ma permea il cinema fin dalle sue procedure elementari.
Attraverso tecniche cinematografiche come l’angolo di ripresa, l’inquadratura, il montaggio, la colorazione e il sound design, il cinema crea nuovi spazi che, pur partendo da architetture esistenti, non coincidono mai completamente con esse. Il critico e regista Éric Rohmer definisce il cinema come “un’arte dell’organizzazione spaziale”. Ciò che non viene mostrato nell’immagine, l’ off, contribuisce a creare un senso di assenza che influenza la nostra percezione dell’architettura. Di conseguenza, la nostra esperienza dello spazio architettonico, anche quando ci muoviamo in un edificio reale, non è mai oggettiva, ma sempre fenomenologica.
Gli spazi cinematografici si costruiscono attraverso le inquadrature e il tempo. In modo simile, la nostra percezione dell’architettura reale si forma attraverso un’esplorazione nel tempo dei suoi dettagli. Questa analogia suggerisce uno scambio di ruoli tra cinema e architettura: il cinema opera architettonicamente, mentre l’architettura viene vissuta cinematograficamente. Michel Foucault definisce il cinema come un esempio di “eterotopia“, uno spazio reale che rappresenta, contesta e sovverte gli altri spazi reali della cultura. Le sale cinematografiche, in questo senso, sono eterotopie dell’architettura, luoghi in cui l’architettura viene al contempo rappresentata e rovesciata, sviluppata e ricostruita. Una ricostruzione che, talvolta, supera le leggi della statica e della geometria euclidea, creando topologie impossibili e spazi in continua trasformazione che disorientano lo spettatore.
È quindi essenziale superare la visione del cinema come mero strumento di rappresentazione dell’architettura. È importante interpretare il cinema come architettura, analizzando come il medium cinematografico si articoli in modo architettonico e viceversa, comprendendo come il cinema influenzi la nostra percezione dello spazio e come possa contribuire a sperimentare nuove forme di organizzazione dello stesso. Ma soprattutto, è importante esplorare i punti di contatto tra le due discipline, posizionandosi sulla linea che le separa e le unisce. Solo così, infatti, possiamo illuminare le reciproche influenze e le potenzialità nascoste di quest’affascinante, coinvolgente e complessa interazione.
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