
Sinceramente? Mai mi sarei aspettato di scrivere delle righe sul paesino dove praticamente mi riesce benissimo dormire e nient’altro di così tanto eclatante. Casapulla, diciamolo, è un paesino dove non accade mai nulla. Finché non ho scoperto che Nicola Lieto, ragazzo di teatro e appassionato di cinema, ha deciso di piantarci un seme diverso. In via Diaz, dentro lo storico Palazzo Natale, è nata l’associazione culturale Lighthouse: cineforum, presentazioni di libri, letture per l’infanzia e uno spazio aperto anche di giorno come aula studio e co-working. L’Associazione rispetta il diritto d’autore e soprattutto restituisce a Casapulla qualcosa che sembrava perduto: un luogo dove incontrarsi. A Casapulla, sì. Chi lo avrebbe mai detto? Complimenti Nicola!
di Gianrenzo Orbassano

Ed eccolo, così felice. Mio nonno indossa il suo cappello cilindrico con piume, merletti e fiocchi colorati, i suoi guanti bianchi, il completo nero elegante, la fascia attorno alla vita e il garofano all’occhiello. Tutto curato nei minimi dettagli come ad ogni Carnevale. Passa due intere settimane a fare prove: lo vedo in giardino battere un bastone sul suolo a tempo e danzare, mentre farfuglia una canzone. Con l’abito e tutti i suoi dettagli, mio nonno si guarda allo specchio impettito, fiero. Gira per la casa e detta ordini a chiunque finisca per incrociarlo. Noi assecondiamo il suo entusiasmo e, per quelle due settimane, siamo i suoi soldatini. Nella sua carriera nell’esercito, ne ha avuti di soldati alle sue dipendenze. Da quando ha tolto la divisa per l’ultima volta, ha dovuto ritrovarsi, sepolto sotto al peso delle onorificenze. Da allora ha cercato più vesti e a salvarlo è stato il Mazziere, la maschera che dirige le danze al Carnevale di Castel Morrone. Mio nonno, al grande giorno, apre una cassapanca ed estrae una mazza decorata con le corna: il simbolo dell’autorità. Ed eccolo, a ritrovare, almeno per un giorno, la gioia di sentirsi importante.
di Marco Ciotti
Il Carnevale è un periodo che da sempre assume un significato particolare nell’immaginario dei paesi cattolici, come l’Italia. Nelle nostre zone, fino a non moltissimo tempo fa, ritrovavamo ancora tracce di singolari rappresentazioni, miste di canto e recitazione, che facevano del doppio senso e del rovesciamento dell’ordine comune delle cose, il cosiddetto “risus paschalis”, il loro tratto distintivo. Nel libro “I canti popolari di Caserta e le sue frazioni”, di recente pubblicazione, possiamo apprezzare i testi di alcune di queste farse popolari. A Puccianiello, ad esempio, veniva eseguita la farsa degli Scarparielli (i calzolai) che, dopo un elenco delle abilità degli artigiani in questione, vedeva un botta e risposta cantato tra un uomo e una donna al balcone, tutto improntato al doppio senso. Ne riportiamo i primi versi:
“Scarpariello saglie cca! Io tengo una scarpetta che mi va un poco stretta. Se ci avessi qualche forma per potermela allargare…”
Altra rappresentazione era quella detta dei “Pullecenielli”, notevole per dimensioni e complessità: tutti indossano la maschera di Pulcinella, e presentano al padre un alimento che desiderano per un ipotetico pranzo di festa da farsi e che, naturalmente, non possono pagare:
FIGLIO: Né papà, dimmo, chi paga sto pranzo? Che se fa?
PADRE: Statte zitto, birbantiello, che ca sta il tuo papà.
FIGLIO: Ma tu staie chino e’ riebbete e a nisciuno vuò pavà…
PADRE: Io! Io so n’ommo e società, io so mastro Raffaele e nun t’incaricà.
Questo è solo un minimo assaggio della vastità delle tradizioni popolari carnevalesche a Caserta e dintorni: la Zeza, la Cantata dei dodici mesi, la Brunetta e il Funerale di Carnevale erano tutte espressioni della voce della nostra terra, che inesorabilmente sono destinate ad essere perdute per sempre nel marasma di una sempre più pressante omologazione culturale.
di Gianmario Ricciardi
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