
La rubrica casertana che racconta da un punto di vista musicale, artistico e culturale aneddoti, riflessioni, curiosità, il passato e il futuro di questo territorio.
C’erano anni in cui a Caserta la musica non si cercava: si respirava. Dietro la stazione, al Jarmusch Club, arrivavano artisti come Cristiano Godano (Marlene Kuntz) e altrettanti dall’estero: musicisti underground che trovavano in quella piccola sala un pubblico vero. Poi, il Sanacore Roots Pub in località Briano, con il suo suono dub e reggae, una cucina curata quanto la selezione musicale. E ancora il DayTwenty9, il Black Cat, spazi dove la musica era cultura. Più recente, il Club 33 Giri a Santa Maria Capua Vetere, che oggi non ha più una sede fissa ma organizza ancora festival itineranti.
Oggi, racconta Gennaro Vitrone – storico cantautore casertano – “quell’epoca è finita”. Quei locali hanno chiuso, travolti da costi di gestione, da un pubblico sempre più distratto, da una fruizione musicale diventata digitale.
A resistere, con fatica, sono i teatri privati come il Teatro Civico 14, Officina Teatro o il Piccolo CTS che si reinventano tra rassegne e live musicali per tenere accesa una fiamma che non si vuole spegnere. A resistere a proporre cose nuove è anche il Lizard, il Mantovanelli Lab e il Centro Sociale Autogestito Spartaco a Santa Maria Capua Vetere. A Vitulazio, ci sono il Manhattan e il Mr. Rollys, da anni punti di riferimento per la musica in provincia. La tematica rimane quella che ai ragazzi deve essere garantito di avere dei luoghi dove crescere sul palco o sotto al palco: Caserta non è muta, ma rischia di perdere la voce collettiva che la faceva suonare. E forse il futuro della musica qui può rinascere solo da chi continua a crederci, per pura passione.
Forse non tutti sanno che il più grande poeta del Novecento italiano, Eugenio Montale, ha dedicato alcuni versi al Parco della Reggia di Caserta. Infatti, nella sua seconda raccolta Le Occasioni, troviamo il testo Nel Parco di Caserta, forse sorto nella mente del poeta mentre visitava il Giardino Inglese o la Peschiera Grande.
Dove il cigno crudele
si liscia e si contorce,
sul pelo dello stagno, tra il fogliame,
si risveglia una sfera, dieci sfere,
una torcia dal fondo, dieci torce,
– e un sole si bilancia
a stento nella prim’aria,
su domi verdicupi e globi a sghembo
d’araucaria,
che scioglie come liane
braccia di pietra, allaccia
senza tregua chi passa
e ne sfila dal punto più remoto
radici e stame.
Le nòcche delle Madri s’inaspriscono,
cercano il vuoto.
Il testo è complesso e di non facile interpretazione, in linea con il Montale più maturo. La poesia inizia con una figura un tempo tipica del Parco, il cigno, che con il suo movimento rivela figure bizzarre e simboliche, sfere che assomigliano a torce che si muovono sul filo dell’acqua. Il trattino è uno stacco forte, e si apre una fase di realizzazione materiale: la sfera era forse il Sole, che a stento penetra nei domi (forma antica per “duomi” o “case”) e sui frutti sferici dell’araucaria, conifera esotica presente nel Giardino Inglese. La terza strofa è il compimento conoscitivo di questo percorso: la pianta avvolge e intrappola chi si lascia incantare dal Sole, e quasi lo svuota, penetrandone l’interiorità. Gli ultimi due versi sono i più complessi e controversi: le Madri, nel Faust di Goethe, sono il simbolo del destino. Il battere delle nocche sul vuoto rimanda quindi alla mancanza stessa di destino e, dunque, di senso nella vita stessa.
Da piccolo eri buffo: ricciolino, sempre allegro, con gli occhi spalancati e ingranditi dalle lenti degli occhiali. Anche se solo con due anni di differenza, percepivo di essere più maturo, ma non per questo migliore. In fondo, eravamo solo bambini. Ti ho rivisto dopo molti anni, al liceo. Spesso ti osservavo con i tuoi compagni di classe… Non mi sono mai piaciuti. Ci sono cose che fanno i più grandi che ai piccoli non dovrebbero manco passare per il cervello. Fumo, alcol, scommesse. Non dovrebbe mai esserci un’età giusta per potersi fare del male, ma sicuramente la legge avrebbe concordato con me che qualcosa non tornasse. A giocare a fare gli adulti, mi sembravi diventato triste come molti di loro… In una discoteca ti sono passato vicino, ho preso coraggio e ho detto “vediamo se si ricorda”. Mi sono avvicinato e, incrociandoci, ho rivisto quegli occhioni spalancati che conoscevo. Senza gli occhiali, forse con le lentine ma, insomma, erano loro. È durato tutto il tempo della nostra chiacchierata. Non molto, considerando che era pur sempre una discoteca, ma lì ho compreso che tu in fondo eri ancora capace di essere felice come un bambino. Avresti solo bisogno di trovare altri ragazzi con questo talento, anche se oggi mi sembra sempre più raro.
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