
Nel lembo settentrionale della provincia di Terra di Lavoro, nei territori che sarebbero poi passati alla neonata provincia di Frosinone dopo la soppressione e ricostituzione della provincia di Caserta (rispettivamente, nel 1927 e 1945), si consuma poco prima dell’Unità d’Italia un peculiare approccio al problema della tutela di un bene comune. Se peculiare è la soluzione, ancora più peculiare e fondante è il bene comune, anzi, i beni comuni da tutelare: il benessere dei detenuti del carcere circondariale della cittadina della Ciociaria e la sicurezza e la salute della popolazione del luogo, in un intricato intreccio delle due questioni come facce della medesima medaglia. Ma andiamo per ordine e ripercorriamo le vicende che toccarono il carcere circondariale di Arpino a partire dal 1812, come restituito dalle carte conservate presso l’Archivio di Stato di Caserta nel fondo Intendenza di Terra di Lavoro, serie Carceri.
Dal 1812 al 1835 il carcere circondariale di Arpino ha sede nell’ex palazzo baronale. Dal 1835, tuttavia, il soppresso monastero di Sant’Antonio, posto al di fuori del centro abitato, diviene oggetto di lavori di adeguamento per essere adibito a prigione. Tra il 1851 e il 1854 sono documentati numerosi lavori alle cui spese partecipano i comuni di Casalvieri, Schiavi e Santopadre, i cui residenti insieme a quelli di Arpino sono detenuti nel carcere di quest’ultimo comune. Tuttavia, non vi è pace per l’istituto di detenzione, poiché un decreto del 18 luglio 1854 stabilisce che le carceri siano sgomberate e che l’ex monastero torni alla sua funzione religiosa assegnandolo ai Padri Trinitari Scalzi.
Nel 1856 il carcere viene perciò trasferito provvisoriamente nel palazzo comunale di Arpino e investito da lavori di adeguamento. Tuttavia, già nel 1857 questi locali, un tempo ospitanti il corpo di guardia degli “Urbani”, si rivelano inospitali e inadeguati al punto da consentire la fuga di sette detenuti. Il sottintendente del distretto di Sora a cui afferisce la città di Arpino riferisce all’Intendente di Terra di Lavoro sulla sorte di “quegl’infelici [i detenuti], che addossati gli uni agli altri, privi di aria, ed ammorbati dal puzzo vanno spesso soggetti a malattie contagiose”. Malattie che non risparmiano la popolazione locale e soprattutto gli uffici posti ai piani superiori dell’edificio, per non parlare delle conseguenze della fatiscenza del luogo sulla sicurezza della detenzione. Per rimediare a “questi gravissimi sconci” e racimolare il denaro (all’incirca 9000 ducati) necessario alla costruzione di un nuovo carcere, il decurionato di Arpino – l’organo corrispondente grossomodo all’odierno consiglio comunale – propone l’imposizione di un nuovo dazio sui beni di lusso (“metalli, droghe e coloniali”). Ciò che colpisce è che, come dettaglia il sottintendente, a pagare questa tassa saranno esclusivamente le classi agiate della comunità di Arpino, costituita da ricchi commercianti e proprietari di lanifici, già abituati per vecchia prassi a dazi sulle loro industrie e costituenti di fatto la classe dirigente al governo della città. Giova ricordare che la città di Arpino era sin dai tempi antichi un centro di produzione laniera: nel periodo in oggetto, vi erano attivi ben trentadue lanifici, e dei 15.000 abitanti della città oltre la metà trovava occupazione proprio in questo ramo artigianal-industriale. La prosperità del settore era garantita sia dall’altissima qualità dei manufatti, sia dalla politica protezionistica del governo borbonico.
Ad Arpino si innesca così un virtuoso processo di tutela del bene comune che passa per l’esposizione della parte di società più fortunata a vantaggio dell’intera comunità e, non ultima, a vantaggio della comunità dei carcerati verso i quali il corpo sociale pure si sente obbligato a garantire le essenziali condizioni di dignità e salubrità. Così vicina una società in cui la popolazione carceraria paga le pene di istituti di pena inadeguati e disumani; così lontana quando propone di reimmettere nel circuito comune il profitto generato dal lavoro delle classi operose e dall’intraprendenza della classe imprenditoriale. Nella pianta: Pianta dell’ingresso del Palazzo Comunale di Arpino e Corpo di Guardia dove era ubicato provvisoriamente il carcere circondariale negli anni ’50 dell’800.
di Fortunata Manzi
Direttrice dell’Archivio di Stato di Caserta
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...