
Il teatro tra amatori, professionisti e una realtà svilita
Il teatro sta diventando noioso. No, non è una provocazione né una sentenza nostalgica. È piuttosto la conseguenza di una domanda: che cosa succede quando il teatro smette di essere necessario? Tra le molte declinazioni del mio percorso teatrale, prima o poi sarebbe arrivata anche quella “giornalistica”. Parlare di teatro è sempre stato uno dei miei più grandi piaceri. Un po’ come parlare di un grande amore o di qualcosa che fa brillare gli occhi e attiva la vita. Eppure, come una vecchia disillusa che un tempo ha creduto nella magia dell’amore, nell’ultimo anno ho deciso di voltarmi e, percorrendo una direzione completamente opposta, mi sono ritirata a vita privata. Ciononostante, anche se nascosta dietro altissime mura, non ho mai smesso di interrogarmi su che cosa stesse andando storto.
Inutile dire che, guardando agli ultimi (ma non tanto) avvenimenti mondiali, parlare di teatro può sembrare quasi un vezzo, un passatempo, una distrazione futile. Ma è davvero così? Per rispondere a questa domanda, sono obbligata a guardare indietro. A rovistare tra le motivazioni per cui ho sempre creduto nel potere infallibile del teatro. E, inevitabilmente, mi scontro con un’altra imprescindibile domanda: perché fare teatro? Ecco che allora vengono in mio soccorso i grandi Maestri, o meglio, quelli che per me sono i grandi Maestri di un teatro necessario. Prima di parlare di loro, però, bisogna chiedersi cosa significhi, oggi, necessario. Ovviamente, questo interrogativo troverà in ognuno di noi una risposta differente. Per molti, forse, l’attributo “necessario” non andrebbe nemmeno avvicinato alla parola “teatro”, ma piuttosto, non so, alla sanità o alla lotta contro la violenza di genere. Oppure, per qualcuno, necessario potrebbe essere votare NO al prossimo referendum. Ed è proprio da qui, da quello che per ognuno di noi – e per tutti noi – è necessario, che nasce il teatro.
Il teatro necessario non può, quindi, ignorare le faccende della polis. Qui polis non indica soltanto una città o uno Stato, ma qualcosa di ancora più centrale per il nostro presente: una comunità di persone. Polis come umanità. Per questo motivo il teatro è necessario quando è politico. Sarà forse un caso che il teatro politico moderno nasca in Germania, dopo la Prima guerra mondiale, tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento? E cosa voleva fare questo teatro politico? Una cosa che, ancora oggi, sembra difficilissima: voleva intervenire, attivamente, nella realtà sociale e politica, chiedendo allo spettatore di riflettere criticamente sui problemi della società e, in molti casi, di prendere posizione. Tra i principali fondatori – se non il principale – del teatro politico moderno troviamo Erwin Piscator. Sostenitore delle lotte della classe operaia, Piscator denunciava capitalismo, militarismo e nazionalismo. Il suo teatro criticava la guerra, metteva a nudo le disuguaglianze sociali e smascherava i meccanismi del potere. Insomma, tutto quello che il regime nazista assolutamente non voleva. L’incompatibilità politica tra il teatro di Piscator e il nuovo regime obbligò il nostro eroe a lasciare la sua cara Germania e a vivere una vita da esiliato.
Destino in comune con un altro immenso maestro, Bertolt Brecht.
«Di nulla sia detto: – ‘È naturale’ –
in questo tempo di anarchia e di sangue
di ordinato disordine, di meditato arbitrio, di umanità disumanata,
così che nulla valga come cosa immutabile.»
L’eccezione e la regola, Bertolt Brecht
Non si tratta solo di un capitolo di storia del teatro. È qualcosa che continua a riguardarci. Perciò, anche se è sempre interessante indagare la storia, è necessario tornare a noi ma, spero, con una piccola consapevolezza in più. Ritirarmi a vita privata è stato un modo per osservare da lontano qualcosa che, quando ci sei dentro fino al collo, assume inevitabilmente un aspetto diverso. Come canta Niccolò Fabi: “alla giusta distanza la vista migliora” e nonostante quello che vedo sia, a tratti, poco interessante è comunque utile che lo sguardo sia lucido. Partiamo dal principio e da ciò che è vicinissimo a noi: oggi Caserta non ha il suo teatro. È forse un bene, considerando che la stagione teatrale del Teatro Parravano non ha mai raggiunto l’eccellenza? No, non lo è. Occuparmi di questioni politiche ed economiche non rientra, ora, nelle mie competenze. Riporto un dato di fatto come fruitrice e sostenitrice teatrale, ma andiamo avanti. Nonostante questo – o forse proprio in risposta a questo- la provincia di Caserta conta un numero, non così esiguo come si potrebbe credere, di realtà teatrali. Molte di queste faticano a restare in piedi. Altre sono ancora molto giovani. Altre ancora (pochissime) hanno, dopo anni e con fatica, raggiunto una sorta di stabilità. Ma attenzione a non confondere stabilità con serenità. Vivere di teatro, per una realtà locale, significa vivere di sacrifici e, molto spesso, di compromessi. Sono pochissimi, se non inesistenti, gli artisti che possono urlare a piena voce: sì, questo è il teatro che mi piace, il teatro che voglio fare!
Nella maggior parte dei casi, anche a causa dei grandi teatri nazionali, le realtà più piccole sono costrette a seguire una logica di mercato che, non sempre, è in linea con ciò in cui credono o vorrebbero. Artisti che si ritrovano a essere burocrati, amministrativi, responsabili di marketing, PR, social media manager, grafici, segretari. Insomma, tutto tranne che artisti. Si tratta di una legge di sopravvivenza, certo, ma una legge che rischia di non far sopravvivere il teatro nella sua funzione necessaria. Lo stesso pericolo che Piscator vide incombere sul teatro della sua epoca: l’artista rischiava di diventare un funzionario dello spettacolo. Ecco che allora si crea quella confusione sempre più evidente tra professionismo e amatorialità. In un mondo teatrale che ha sempre meno possibilità di sostenersi economicamente, si fa spazio chi crede che per essere un attore basti scriverlo nella bio di un social e frequentare qualche laboratorio.
Vorrei poter dire che questa commistione produca qualcosa di veramente brutto. In realtà, il risultato più frequente è un altro: molti ingredienti, nessun sapore. Un prodotto impersonale, spesso approssimativo. Nulla che ti scombussoli davvero. Nulla che ti costringa a interrogarti. Nulla che ti obblighi, dopo lo spettacolo, a staccarti dalla convivialità per ascoltare te stesso e mettere ordine. Tornando al nostro incipit, “il teatro sta diventando noioso. Non è una provocazione né una sentenza nostalgica”. A questo punto, più che una domanda, è un invito a ristabilire delle priorità. A riconoscere l’urgenza. A uscire dalla sola logica di produttività e riconoscimento. A parlare di questo presente. Di questo mondo che crolla. Forse il problema non è che il teatro muore. Il problema è quando diventa irrilevante.
di Daniela Quaranta
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