
di Mena Moretta – Giornalista
Di cosa ci parla la crisi idrica vissuta da alcune aree della nostra provincia come Castel Volturno oppure Vitulazio in questi giorni? Cosa ci racconta l’inquinamento protratto delle falde in tutte le provincie campane di alcuni siti (in particolare Villa Literno) monitorato con uno studio di tre anni dall’Università Vanvitelli? Come leggere i valori dei nitrati ancora preoccupanti, anche se sotto il limite critico, nelle acque che dissetano parte dei cittadini di S.Maria a Vico? E come abituarsi all’idea che dal 2017 un commissario nominato dal governo centrale è ancora impegnato a portare avanti gli interventi fognari e depurativi per superare le procedure di infrazione sulle acque reflue urbane aperte dall’Unione Europea verso l’Italia?
Come assumere cosa ordinaria il fatto che le condotte dell’acqua hanno perdite medie del 50%, con punte localmente anche del 60%, senza che questo generi un’emergenza “nazionale” al tempo di cambiamenti climatici che ci condannano a periodi di siccità sempre più frequenti,gravi e prolungati? Tutte queste criticità si combinano con malagestione e voraci processi di privatizzazione del servizio idrico integrato e viene confezionato un “pacco” letale a spese dei cittadini, sul piano sanitario, ambientale ed economico.
Proviamo a leggere il default generato nella gestione di questa risorsa capitale nella nostra Provincia raccontando nel contempo l’impegno messo in campo da comitati che vogliono opporre resistenza al malcostume di credere nell’inevitabile corso delle pratiche predatorie del turbo capitalismo da una parte e del neofeudalesimo amministrativo locale dall’altra.
Nel 2022 viene decisa dall’Eic, l’ente di governo dell’ambito unico regionale chiamato a programmare, organizzare e controllare la gestione dell’acqua secondo la legge regionale n.15 del 2015, la trasformazione del Consorzio idrico Terra di lavoro in società in house ITL SPA con gli stessi comuni soci preesistenti (che nella decisione non sono coinvolti), circa un terzo di quelli che compongono la provincia, società che avrebbe dovuto ricevere l’adesione progressiva di tutti gli altri comuni come richiesto dalla normativa. Ma la Spa costruita per rispondere ai requisiti normativi europei e nazionali nasce già con un fardello: debiti strutturali, inefficienze croniche, un sistema di governo che risponde più a logiche politico-territoriali che industriali. L’ indebitamento cresce senza soluzione di continuità e allontana colpevolmente risorse utili per gli interventi indispensabili sulla infrastruttura di esercizio del servizio pubblico. L’ Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato nel 2024 ha bocciato, ricorrendo al Tar, l’affidamento da parte dell’Eic.
L’Antitrust scriveva a proposito del preliminare del Piano d’Ambito associato all’affidamento: “mancano considerazioni circa la capacità della società affidataria di garantire gli obiettivi di qualità del servizio previsti nel preliminare di Piano d’Ambito, anche tenuto conto dei risultati pregressi di gestione e dell’importante ampliamento della scala delle operazioni previsto ogni anno fino alla scadenza dell’affidamento a fine 2027″. Inoltre “emerge la totale assenza di dati sui risultati qualitativi raggiunti dai gestori nell’Ambito distrettuale casertano nel suo complesso, con una copertura del campione spesso assai ridotta anche per gli indicatori di performance più rilevanti, quali quello relativo alle perdite idriche percentuali – per il quale i dati presenti coprono soltanto il 32,94% del campione – oppure quelli sulla qualità dell’acqua depurata e sulle interruzioni del servizio, con una copertura del 5,40%, inferiore alla soglia sufficiente a determinare un indice complessivo attendibile”.
Recentemente il Tar Campania si è pronunciato a favore dell’Agcm contro l’ affidamento alla società ITL dell’Eic, non perché fosse una società in house ma per non aver accompagnato l’affidamento con una documentazione adeguata e pertinente, esprimendo una conduzione grossolana di tutto il processo di affidamento e incurante degli esiti di inefficienza dei servizi erogati.
A maggio 2025, a fronte di questa voragine di affidabilità dell’azienda, in un “regime” di letali privilegi che si accompagnano a una sorta di zona franca dove è concesso di tutto in materia di assunzioni e consulenze, ITL SPA presenta richiesta di concordato preventivo per 378 milioni di euro, una cifra enorme e superiore allo stesso ammontare di debito riconosciuto dal MEF un anno prima di 255 milioni.
Anche nella vicenda concordato emergono criticità di gestione colossali: la procedura può rappresentare una soluzione efficace quando l’impresa conserva ancora un valore economico, ma si trova in difficoltà sul piano finanziario. L’azienda con un portafoglio clienti naturalmente sempre attivo ma appesantita da debiti avrebbe tempestivamente potuto evitare il deterioramento ulteriore della sua posizione. Ma il degrado amministrativo non ha sgombrato il campo da clientele, inefficienze e sprechi. Nessun progetto credibile ad oggi di soddisfacimento dei creditori, con tempi e risorse certi.
La società pubblica Alto Calore Acs gestisce il servizio idrico integrato per 126 Comuni delle Province di Avellino e Benevento. Anche Acs aveva avviato la procedura nel 2021 e nel 2024 ha ottenuto l’omologa dal Tribunale di Avellino grazie ad un piano di ristrutturazione dei debiti che garantisce continuità aziendale fino al 2028. Il piano e’ sotto la supervisione dei commissari giudiziali e ha visto a settembre 2025 l’elezione di una figura di alto profilo ai vertici dell’azienda votata a larga maggioranza dall’assemblea dei sindaci soci, la professoressa Alfonsina De Felice come nuovo amministratore unico.
La quasi totalità dei voti per la designazione del nuovo amministratore aveva senza dubbio rappresentato un segnale importante di volontà comune degli amministratori locali di salvare la società e avere un servizio efficiente. E non va dimenticato il piano di salvataggio triennale da 60 milioni per il rifacimento della rete idrica da parte della Regione, che ha anche corrisposto oltre 30 milioni di euro per i ristori idrici dalla Puglia. Il salvataggio dell’Alto Calore e’ apparso fin dall’inizio del percorso accidentato del concordato l’unica opzione per chi volesse perseguire la gestione idrica pubblica in Irpinia e Sannio. E così pure per ITL SPA e il distretto casertano sarebbe necessaria una volontà determinata dei sindaci e dei loro referenti politici per salvaguardare i requisiti finanziari indispensabili a garantire la continuità di gestione.
Il frenetico impegno del Coordinamento acqua bene comune casertano a tutela della gestione pubblica dell’acqua promuove il prossimo 22 luglio alle 13, al centro direzionale presso la sede della Regione, un presidio in concerto con i Comitati di Napoli Nord per “fermare i processi inarrestati di privatizzazione della gestione del servizio idrico integrato nel distretto Caserta e in quello di Napoli Nord”. Nella nota stampa diffusa leggiamo: “Dire che il privato è l’unica salvezza significa usare il debito come ricatto per regalare un monopolio naturale ai grandi gruppi industriali.
In venti anni di privatizzazioni della gestione dell’acqua, gli investimenti sono crollati a un terzo di quelli fatti dalle precedenti società municipalizzate, la qualità del lavoro e dei servizi offerti é nettamente peggiorata e le tariffe sono aumentate” continua la nota “senza soluzione di continuità. L’acqua non può essere gestita se non tenendo conto dell’interesse generale e della conservazione del bene per le generazioni future. E’ un problema di volontà politica”. I Comitati dei due distretti in maniera congiunta chiedono lo stop ai processi di privatizzazione, la riunificazione del Distretto Idrico Napoli Nord con quello di Napoli, un piano di risanamento per ITL S.p.A. per garantire un servizio idrico pubblico efficiente nel distretto idrico di Caserta, un confronto pubblico con la Regione Campania, già rivendicato da mesi dai Comitati.
Il Blue Book 2026, curato dalla Fondazione Utilitatis e promosso da Utilitalia, e’ il rapporto che rappresenta la monografia di riferimento per il servizio idrico integrato in Italia e a cui hanno contribuitoEnea, il Dipartimento nazionale di Protezione Civile (DPC), l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), le Autorità di bacino dei distretti idrografici, laFondazione Cima e The European House – Ambrosetti (TEHA). Presentato lo scorso mese di marzo, analizza lo stato delle infrastrutture, la governance e gli investimenti del settore. Lo scenario emergente è quello di una sfida idrica globale diventata strutturale.
Le criticità analizzate disegnano una fase di “bancarotta idrica”, dove non c’è equilibrio tra domanda e disponibilità. Ferdinando Capuozzo, dottore commercialista con una consolidata esperienza in pianificazione economico-finanziaria e controllo di gestione per gli enti locali, scrive in un suo recente articolo: “Nel Mezzogiorno sopravvivono ben 1.310 comuni in “gestione in economia”. Si tratta di municipalità che gestiscono direttamente reti e impianti, privi di economie di scala, di capacità di cassa e di competenze specialistiche. Una frammentazione amministrativa che disperde in media il 37,9% della risorsa immessa — con picchi locali superiori al 40% — e che ha lasciato il Sud al palo nell’adozione dei Piani di Sicurezza dell’Acqua (PSA), fermi a un misero 8% della popolazione servita rispetto al 66% del Centro. Questa inefficienza cronica è il miglior alleato di chi vuole privatizzare: offre su un piatto d’argento l’alibi perfetto per dire che “il pubblico ha fallito”. La vera sfida geopolitica e amministrativa – continua Capuozzo – per i nostri enti locali consiste nel superare la frammentazione senza cadere nelle braccia delle multinazionali del profitto. La strada maestra è una sola: la gestione industriale pubblica”.
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