
Il Senato ha approvato in via definitiva il decreto che contiene disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Ha destato innumerevoli polemiche la disposizione sulle associazioni antiabortiste. Tanto rumore per nulla? Probabile.
Cosa recita la disposizione giunta nel mirino dell’opinione pubblica? La disposizione incriminata prevede che le Regioni, nell’organizzare i servizi dei consultori, possono avvalersi anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore con qualificata esperienza nel sostegno alla maternità, vale a dire le associazioni anti abortiste. Il tutto senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica: si tratta di una c.d. clausola di invarianza finanziaria, in virtù della quale l’attuazione della previsione deve avvenire compatibilmente con le risorse già disponibili.
In definitiva, niente di nuovo. Perché? Perché già la legge 194 del 1978 prevede che «I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». Sulla base di tale articolo, talune Regioni avevano promosso l’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori e negli ospedali pubblici. Si pensi al caso del Piemonte che, nel 2020, aveva diramato una circolare che attivava sportelli informativi di ascolto citando, a titolo esemplificativo, tra i soggetti idonei a ricoprire tale funzione, i Centri di aiuto alla vita (CAV).
Raffrontando le due disposizioni, quella del PNRR e quella della legge 194, in sostanza, non si rinvengono differenze rilevanti. Diverso sarebbe stato se fosse passato l’emendamento nella formulazione originaria: «le regioni organizzano i servizi consultoriali […] anche con il coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità». Il governo ha riformulato l’emendamento durante l’esame del provvedimento nella commissione Bilancio della Camera. Nella nuova formulazione, le Regioni «possono avvalersi» dell’aiuto di queste associazioni, in linea con quello che dice la 194. Dunque, le polemiche sulla disposizione del PNRR altro non sono che l’eco dei dissidi già sorti sulla legge 194 tra le posizioni antiabortiste e quelle a tutela della libertà di scelta della donna.
Il parametro di legittimità delle disposizioni esaminate è la Costituzione. In particolare, ci interessa l’art. 31, ai sensi del quale la Repubblica protegge la maternità, favorendo gli istituti necessari a tale scopo. In sostanza, non soltanto le due disposizioni appaiono legittime ma costituiscono attuazione della Costituzione.
Forse la domanda da porsi è: la presenza dei CAV nei consultori compromette la libertà di scelta della donna? Probabilmente no, essendo gli stessi deputati a fornire un supporto psicologico alle madri in difficoltà. Anzi, interventi a costo zero come quello in esame dovrebbero far storcere il naso anche ai più ferventi antiabortisti. Non basta, infatti, un mero sostegno psicologico a far pendere l’ago della bilancia verso la preservazione della vita di un bambino. Urge cambiare il sostrato socioeconomico entro cui la maternità dovrebbe trovare cittadinanza: garantire alle giovani madri un supporto finanziario, sostegni per completare gli studi e conseguire competenze spendibili, tutele contro dinamiche lavorative precarie e tendenzialmente discriminatorie. Occorre investire nella maternità, per il valore che essa rappresenta per la nostra società devastata da un drastico calo delle nascite; salvaguardare, al contempo, la libertà di scelta della donna tra l’essere madre, l’essere lavoratrice, l’essere, in quanto sé stessa, contributo per una società in costante evoluzione.
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