
“La super-mamma”, “la diva” o “regina di cuori”. Questi sono alcuni degli appellativi usati dai giornali per parlare delle atlete alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. I progressi verso la parità di genere visti in determinati ambiti non trovano piena corrispondenza quando si tratta dello stato dell’informazione, sia nell’ambito sportivo che in altri settori. Mara Cinquepalmi, giornalista, componente dell’associazione GiULiA (Giornaliste Unite Libere Autonome) e autrice del libro “Tabù. Di donne, sport e informazione”, edito da Augh edizioni, spiega che nello sport gli stereotipi sono più evidenti perché spesso è chiamato in ballo il corpo. «Con GiULiA -spiega- da anni lavoriamo sugli stereotipi sull’informazione in diversi settori. Nel 2019 abbiamo realizzato il manifesto “Donne, media e sport”, che mette a sistema questa richiesta dal mondo sportivo di raccontare le donne non ricorrendo a cliché. Non è un decalogo, ma sono regole di buon giornalismo. Ci sono titoli che non hanno nulla a che fare con l’utilità dell’informazione, uno dei caposaldi della professione».
Come riporta uno studio dell’Osservatorio di Pavia sui TG nazionali italiani per verificarne il grado di allineamento alle Linee guida sulla rappresentazione nello sport. Parità di genere, equità e inclusione (CIO, 2024), il 7% delle notizie presenta forme di sessismo benevolo, in particolare tramite forme retoriche o asimmetrie di genere. L’esempio è quello dell’utilizzare per una donna il termine “regina”, proveniente da ambiti non sportivi, e per un uomo la parola “primatista”, un termine sportivo. Inoltre, il 3% delle notizie è accompagnato da immagini sessiste, nello specifico inquadrature che sessualizzano il corpo delle atlete.
Le donne, inoltre, nelle interviste, tendono a ricevere domande più sulle emozioni o in generale su aspetti extra-sportivi come l’abbigliamento, mentre per gli uomini prevalgono commenti legati alla prestazione agonistica. «Si insiste sull’aspetto fisico e sentimentale, relegando l’aspetto agonistico in secondo piano -afferma la giornalista-. Lo stereotipo più diffuso è quello della maternità; per un’atleta il fatto di essere mamma non dovrebbe fare notizia. Il vero problema è che non si parla della questione economica, del fatto che quando le atlete scoprono di essere incinte vedono i contratti non rinnovati, come è accaduto, ad esempio, alla velocista americana Allyson Felix». L’atleta citata vide Nike proporle, a seguito di un parto complicato nel 2018, un grosso taglio dello stipendio nel periodo della maternità. Felix riuscì a ottenere per tutte le madri-atlete maggiori tutele, poiché l’indignazione dell’opinione pubblica spinse Nike e altre aziende a un cambiamento di policy.
«C’è un problema culturale di fondo, anche al di fuori dello sport -conclude la giornalista-. Anche in politica ci sono stereotipi, come la classifica di come sono vestite le ministre in occasione del giuramento. Per la nostra professione non c’è la ricetta perfetta, probabilmente una maggiore presenza femminile, anche ai vertici dei mezzi di informazione, e una maggiore consapevolezza possono contribuire a cambiare il racconto». Il giornalismo orienta sì il linguaggio, ma è anche specchio di ciò che siamo veramente. Le redazioni sportive sono soprattutto composte da uomini, ma non è difficile, grazie ai social, vedere come noi stessi attacchiamo alcune atlete. Per esempio, nell’intervista col figlio all’atleta Francesca Lollobrigida, si trovano tantissimi commenti su come abbia gestito il bambino, insulti, critiche sul come svolga il suo ruolo di madre. A seguito di una vittoria, si dovrebbe raccontare solo la prestazione sportiva, perché altrimenti continueremo a parlare delle atlete attraverso le cornici dell’abbigliamento, del ruolo di madre, dell’aspetto fisico. E, a furia di mettere cornici, ci perderemo la tela: una prestazione agonistica da oro olimpico.
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