
La Procura della Repubblica di Monza ha recentemente chiuso le indagini preliminari nei confronti di Carlotta Vagnoli, Benedetta Sabene e Valeria Fonte, ipotizzando a vario titolo i reati di stalking e diffamazione aggravata.
L’origine della vicenda risale a una denuncia – presentata nel marzo 2024 da un uomo, indicato con le iniziali A.S. – che lamentava di essere stato sottoposto a una “campagna denigratoria” dopo la fine di una relazione con una delle indagate.
Parallelamente, è emersa una seconda denuncia, nei confronti di Vagnoli e Fonte, da parte della social media strategist Serena Mazzini, accusata di essere presa di mira da accuse ingiustificate.
Una chat privata denominata “Fascistelle”, alla quale avrebbero partecipato Vagnoli, Fonte, Sabene e altri, è stata acquisita agli atti. Nei messaggi – secondo i quotidiani – si leggono, tra gli altri, insulti nei confronti di figure come Sergio Mattarella, Liliana Segre, Michela Murgia e Cecilia Sala.
Vagnoli e Fonte reagiscono contestando sia il merito (respinge ogni volontà persecutoria) sia il mezzo: sostengono che la pubblicazione delle chat sia avvenuta senza consenso, violando la loro privacy e la segretezza degli atti.
Le indagate sono note attiviste femministe, impegnate da tempo su temi di genere, consenso, sessualità e diritti. Il passaggio però che preoccupa la Procura è la trasformazione – ipotizzata – di una critica verso una persona in una vera e propria azione di persecuzione, con strumenti digitali. Se confermato, si tratterebbe non solo di espressione di opinioni ma di una strategia di “call-out” o linciaggio online che avrebbe generato ansia e alterato le abitudini delle vittime.
È su questo secondo tema che si concentra la riflessione: come si conciliano il diritto alla riservatezza e la libertà di stampa/inchiesta? Le chat erano private, indirizzate a un ristretto gruppo; il fatto che siano finite agli atti d’indagine può legittimare la loro acquisizione dai magistrati. Ma la loro pubblicazione integrale o a estratto su media, solleva dubbi: chi ha avuto accesso? In che modo sono state estratte? E quale parte era “utile” all’indagine? Le indagate rivendicano che alcuni file non utili agli atti siano stati comunque diffusi, violando la legge sulla privacy.
Selvaggia Lucarelli ha pubblicato un articolo con estratti della chat, sostenendo che gli atti della Procura siano pubblici. Questa scelta richiama il ruolo del giornalista come “controllore”, ma solleva anche domande su limiti, filtri e responsabilità nel trattare dati potenzialmente sensibili. Quanto risulta indispensabile alla cronaca? Quanto invece finisce per alimentare una sorta di “gogna” digitale?
Il caso offre un osservatorio su almeno tre questioni intricate della società digitale: il confine tra attivismo e abuso di strumenti digitali, il rapporto tra privato e pubblico, tra chat riservate e trasparenza e la funzione del giornalismo d’inchiesta: informare, controllare, ma anche rispettare diritti individuali. Se è vero che l’impegno per i diritti non immunizza da errori o eccessi, è altrettanto vero che la diffusione incontrollata di conversazioni private – anche se da atti ufficiali – può comportare conseguenze gravi sul piano della dignità personale e del diritto alla difesa.
Allo stesso tempo, senza giornalismo d’inchiesta che vada oltre la superficie, rischiano di restare nell’ombra comportamenti digitali che replicano pericolose dinamiche di potere e aggressività online. Il bilanciamento non è semplice: serve una riflessione collettiva su strumenti, regole e responsabilità, anche alla luce della velocità dei social e della pervasività delle chat. In attesa degli sviluppi del procedimento giudiziario — che potrà chiarire le responsabilità — il vero dibattito resta sul come raccontiamo queste vicende: tra trasparenza, tutela dell’individuo, e rigore giornalistico.
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