
Le festività natalizie sono ormai finite e con le festività la trasmissione degli auguri. Ma cosa si augurava in queste feste? Rileggendo i messaggi, trasmessi e ricevuti, non è chiaro, se escludiamo frasi standard o preconfezionate che dicono del nulla. Emoticon che si ripetono, espressioni da cliché, generici auspici, il tutto uguale per tutti, senza un riferimento esplicito, né all’autore, né al o del ricettore. E sì! I social e le chat hanno cancellato la personalità del comunicare, anche per gli auguri.
Lo standard del vuoto comunicativo che, ormai, dilaga impatta sulla percezione e sulla memoria di qualcosa che dovrebbe metterci in relazioni con gli altri, come sono, appunto, gli auguri. Ci accontentiamo di annoverare la numerosità dei messaggi, rinunciando al loro volto e al loro senso. Quest’ultimo, il senso, ci farebbe soffermare sul messaggio, relazionandoci a chi lo ha inviato, valutando, così, se quel qualcuno sta pensando a noi, ai nostri desideri, ai nostri bisogni e alle nostre aspettative.
Ci darebbe il valore delle espressioni e del viso. Ma così non è, rispondiamo in automatico, a stento leggiamo il testo standard e guardiamo distrattamente l’emoticon. Specularmente la stessa estraneità avvolge chi lo invia. Basta inviarlo per esserci, senza pensare a ciò che produrrà. L’artificialità è già qui, in noi, quasi non è necessario riferirci all’Intelligenza Artificiale.
Siamo già oltre la costruzione formale dei sentimenti, dei sorrisi, delle espressioni emotive che, un tempo, ci avrebbero fatto riflettere, ci avrebbero avvicinato a chi, seppur da lontano, ci augurava qualcosa. In silenzio e in solitudine acquisiamo il messaggio senza leggere e dimentichiamo.
Le festività, oggi più che mai, mettono tra parentesi i problemi, almeno alcuni. Spesso è un invito in tal senso, esplicitato o meno, intenzionalmente. Così è stato per le guerre, i cambiamenti climatici o le crisi socioeconomiche. Resettiamo, poi, guardiamo oltre, e dopo le festività ne ricordiamo poco, o lo ricordiamo diversamente, come più lontano, nel tempo e nello spazio.
Sebbene passato sottotraccia, qualche messaggio di trasformazione è, però, arrivato, proprio in merito alle simbologie più topiche del Natale: piccoli tasselli di un mutamento? A cosa penso? Alla capanna vuota, senza la sacra famiglia e senza i pastorelli, di legno riciclato e senza i personaggi della tradizione; o una capanna con una famiglia che attesta una ridefinizione di genere, due madonne; o il caso di Nantes, dove il Natale non è stato celebrato o rappresentato per non offendere le altre comunità religiose.
Salvaguardia della natura, responsabilità genitoriale, parità religiosa, riconoscimento della diversità o della minorità, ci starebbe tutto, ma cosa producono questi cambiamenti di rotta? Probabilmente nulla, almeno per ora. Ma la loro potenziale disseminazione è la prova della precarietà del senso del comunicare, dei buchi di senso dove possono attivarsi ulteriori pericoli di fragilità, in termini di memoria, di emotività, di condivisione.
In quello spazio senza senso alligna la paura, l’emozione più diffusa del nostro tempo, che, forse, è all’origine o causa della difficoltà di comunicare. Era proprio per liberarsi della paura che nel mondo pagano si festeggiava la rinascita della natura, lenta, ma positiva, fonte di certezza e di futuro. Così la rappresentazione cristiana.
Ne potremmo annoverare tante, diffuse in ogni dove nel mondo. Quel solstizio che instradava il mondo a pensare positivamente, con fiducia, ma sempre nella condivisione, del fuoco che scaldava nel freddo inverno, del cibo che univa e dei sorrisi che condivano l’inizio di un nuovo anno. L’augurio era lì, nel comune sentire.
Professoressa Ordinaria Sociologia giuridica della devianza e mutamento sociale
Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli
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