
Uscita l’11 aprile 2024, la serie Baby Reindeer sta facendo parlare di sé da settimane. Il motivo principale del successo che sta riscontrando è la capacità di trattare un tema complesso come lo stalking con toni quasi “delicati”. E ancora, questa operazione narrativa è possibile grazie a Richard Gadd. L’autore della serie, nonché interprete del protagonista, è stato in prima persona vittima di stalking.
Lontano dagli accadimenti romanzati di You, Netflix introduce nel suo catalogo una serie che parla dello stalking in maniera completamente diversa. Baby Reindeer, infatti, inizia con un incontro casuale tra la stalker e il malcapitato. Una donna sulla quarantina, obesa e trascurata, entra piangendo nel pub in cui Donny, il protagonista, lavora. Istintivamente, Donny empatizza col suo dolore offrendole un tè: Martha si calma immediatamente. Nei giorni a seguire, la presenza della donna diventa una costante, salvo farsi sempre più invadente nelle battute. Donny, dal canto suo, non si mostra mai davvero contrariato dai gesti della donna.
Inizia così la storia degli abusi: e-mail, molestie verbali, stalking. I sei episodi della serie si articolano tra flash-back e flash-forward. In questo modo, l’autore ha deciso di rappresentare l’articolata connessione tra gli eventi traumatici che hanno causato l’inconscia sottomissione alle dinamiche della sua relazione con Martha. Codardia ed empatia si fondono nel personaggio di Donny. Stalker e vittima hanno un rapporto dai confini sfumati e umani, soffrendo entrambi di disturbi sessuali e mentali.
Come già menzionato, Baby Reindeer si basa su una storia vera. Richard Gadd ha ricevuto dalla vera stalker “41.071 e-mail, 350 ore di segreteria telefonica, 744 tweet, 46 messaggi, quattro falsi account Facebook, 106 pagine di lettere”. Ma quando la serie è uscita per Netflix, sicuramente non ci si aspettava quello che sta accadendo. Come una (nuova) proiezione della serie nella realtà, i “detective di Internet” stanno cercando di rintracciare la vera Martha e il vero Darrien. Se questo fenomeno fa già riflettere sulla problematicità che alcuni trend assumono, offre tuttavia anche una riflessione sulla modalità dell’autobiografia: quanto è etico rappresentare la totalità del vissuto?
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