
Un team internazionale guidato dal geochimico De Vivo boccia i lavori nell’ex Italsider, denunciando rischi sanitari legati alla dispersione di polveri tossiche e reazioni chimiche letali che rappresenterebbero un pericolo per gli abitanti di Bagnoli, Fuorigrotta, Posillipo e Pozzuoli.
L’allarme scientifico, pubblicato sulla testata specializzata Journal of Geochemical Exploration, è il risultato del lavoro di figure di altissimo profilo nel campo della geochimica e della medicina: Benedetto De Vivo, docente alla Federico II e oggi professore aggiunto in prestigiosi poli mondiali tra Stati Uniti e Cina già noto per aver prestato consulenza alla Procura di Napoli proprio sulle inchieste legate ai precedenti disastri della bonifica di Bagnoli, Stefano Albanese, ordinario di geochimica e vulcanologia, Maurizio Manno, titolare della cattedra di Medicina del Lavoro, ed Eric Roberts, ingegnere capo della statunitense Excalibur Group e consulente dell’EPA, l’agenzia federale per la protezione ambientale degli Stati Uniti.
Gli esperti hanno attentamente analizzato l’attuale strategia di bonifica la quale, probabilmente condizionata dalla necessità di accelerare i tempi per l’American’s Cup, si basa su operazioni ad alto impatto, come scavi su vasta scala e il dragaggio dei sedimenti marini, seguiti dal trattamento di desorbimento termico “ex-situ“. Quest’ultima tecnica sfrutta temperature tra i 90°C e i 600°C per far evaporare inquinanti organici — come solventi, pesticidi e idrocarburi — dai terreni precedentemente rimossi e desta forte preoccupazione agli esperti. De Vivo osserva infatti che l’uso di questa tecnologia in aree urbanizzate è considerato obsoleto e, di fatto, vietato da venticinque anni. Applicarla oggi a Bagnoli rappresenterebbe un errore dalle conseguenze potenzialmente gravissime.
Più nello specifico il cuore delle osservazioni tecniche risiede nell’incompatibilità tra l’approccio ex situ e la peculiare geologia bagnolese. Infatti la Colmata, il grande terrapieno nato dagli scarti siderurgici, è un deposito di loppe e scorie sature di Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici) e Pcb (Policlorobifenili) e gli esperti avvertono che movimentare questi materiali a ridosso del mare scatena reazioni chimiche letali: il contatto tra gli inquinanti e il cloro salino, potenziato dalle sorgenti termali sottomarine della zona, favorisce la sintesi di diossine e di pericolose specie organo-metalliche di mercurio e stagno.
Più precisamente il timore riguarda la formazione di Metil-Mercurio e Dibutil-Tributil Stagno, sostanze con una capacità cancerogena e mutagena persino superiore a quella degli inquinanti originali. Per proteggere i residenti di Bagnoli e dei quartieri limitrofi, gli scienziati propongono invece soluzioni “in-situ”: si tratta di stabilizzare i veleni direttamente nel sottosuolo, bloccando ogni possibile via di esposizione senza rimuovere o smuovere la terra. Un approccio su misura che, a differenza dei protocolli generici usati in altre zone della città (come Piazza Garibaldi), tiene conto dell’unicità vulcanica e idrotermale del sito.
Il Commissariato straordinario ha ribadito la validità del progetto puntando la difesa sulla tecnica del “capping“: invece di rimuovere i materiali pericolosi, si procede a un loro isolamento definitivo attraverso una copertura impermeabile che funge da sigillo, minimizzando così i rischi legati al trasporto delle terre. Secondo le autorità, questo permetterà di restituire il mare alla collettività e di trasformare l’area in una grande terrazza panoramica.
In merito alle pressioni per l’America’s Cup, il Governo assicura che pontili, hangar e allestimenti saranno esclusivamente temporanei e smantellati subito dopo l’evento, senza intaccare il futuro parco urbano di 120 ettari. La trasparenza sarebbe garantita da report mensili online e da un monitoraggio ministeriale costante, supportato da boe intelligenti per la protezione delle acque, assicurando che ogni sedimento dragato venga analizzato e trattato esclusivamente in impianti autorizzati.
Tuttavia, nonostante i proclami ufficiali,l’ispezione condotta dai Carabinieri della Forestale e dall’Arpac ha evidenziato diverse criticità operative. Sebbene le demolizioni delle strutture interrate siano già partite, emerge la mancanza di un piano di monitoraggio ambientale definitivo: al momento, il cantiere starebbe operando basandosi sui parametri di altri progetti, mentre i controlli specifici sulle emissioni nell’aria non sono ancora avviati.
L’Arpac ha già rilevato picchi anomali di polveri, imponendo ai responsabili dei lavori misure d’emergenza come la bagnatura costante dei sentieri, l’uso di teli protettivi sui cumuli di terra e la pulizia forzata delle ruote dei mezzi pesanti in uscita.Il timore è che le attuali precauzioni non bastino a impedire che un mix di sostanze cancerogene finisca nell’aria respirata ogni giorno dai cittadini.
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