
Nel maggio scorso, nelle cronache locali campane, ha tenuto banco la notizia della Bandiera Blu 2024 ottenuta da Baia Domizia. E giù tutti a metterci il cappello sopra: io ho fatto questo, io quest’altro, io quest’altro ancora. Interviste, conferenze, comunicati. Le belle notizie hanno tanti padri e madri, le brutte sono tutte orfane.
Passata l’ebbrezza arrivano la riflessione e le domande. Questa bandiera può essere contagiosa e diventare una bandierona lunga 46 km (la lunghezza del litorale casertano)? E come fare per farla diventare un volano? Magari usandola a mo’ di bandana per bendarci gli occhi e ascoltare in silenzio l’audiolibro del primo capitolo di Moby Dick, quando Melville scrive del Mare come del magnete che polarizza l’azione degli uomini:
“Ma guarda! Altre frotte si fanno sotto, puntando dritto verso l’acqua e con l’aria di chi vuol farsi un tuffo. Strano! Nulla li soddisfa, se non l’estremo limite della terraferma… Devono avvicinarsi all’acqua fin quasi al punto di caderci dentro. E là stanno: a miglia, a leghe. Gente tutta dell’entroterra, che affluisce da vicoli e viuzze, strade e viali… nord, est, sud, ovest. Tuttavia, è qui che si riunisce tutta”.
Gli uomini sono sempre in marcia verso il mare. Il mare li attrae perché la terra per quanto vasta, non li soddisfa. L’uomo è fatto per i cieli, perciò poi scolliniamo nel mare, cielo rovesciato, luogo in cui tutto sarà inghiottito. Per questo la pioggia pare il tentativo nuziale del cielo di diventare oceano.
A che serve allora la prima Bandiera blu della storia del litorale Casertano in questa epoca inerte, nell’era esangue, del bordello ideale, del brodino quotidiano e degli sbrodoloni telegenici?
A che serve la Bandiera blu se non c’è più chi piglia ancora il mare, chi sente in sé l’epica oceanica, l’avvento dell’avventura, l’avvenire della solitudine, l’intoccabile? A che serve se ce ne occupiamo solo per occupare posti di visibilità, di fatti mondani, di cronache anodine, inutili, di fenomeni sociali, privi di furia polemica, per lo più vili, senza denti, con la coda tra le gambe? A che serve se poi dimentichiamo gli sparuti, coraggiosi combattenti dei mari in tempesta?
La Bandana blu, una volta tolta dagli occhi, deve servirci ad ascoltare il respiro del mare che è pacato e lieve; a farci immaginare quella vita oscura che scorre sotto l’epidermide delle acque. Quella Bandana blu strappata dagli occhi deve farci vedere non il crepuscolo ma l’aurora. L’Aurora è carica di succhi vitali, ha il petto colmo, è energica, laboriosa, avida di vivere. È l’ora delle promesse, dei propositi, della rinascita delle forze e delle speranze. La Bandiera Blu ha un senso se ci stordisce, se ci invita a mollare l’ancora, a spezzare le catene, a non dipendere da altro che dall’estro.
E così magari alla fine, questa volta al crepuscolo, prendiamo quella Bandiera e la mettiamo su un barchino a mo’ di fiocco e ci allontaniamo dalla riva.
Dal mare, purché si vada a largo, bordeggiando il disorientamento, si ha la nitida visione delle nuvole, del loro valore divinatorio, come viscere di uccelli e di stelle e allora sì che avremo la direzione giusta da seguire, proprio come il capitano Achab e la sua Balena bianca.
di Giacomo Urbano
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