
La bandiera della Palestina è stata ufficialmente bandita da Eurovision 2024. Quella di Israele, invece, sarà permessa. È polemica. Questo è ciò che l’European Broadcasting Union – la principale alleanza mondiale dei media di servizio pubblico – definisce “linea non politica”. Gli organizzatori dell’Eurovision Song Contest affermano di riservarsi il diritto di rimuovere le bandiere dei paesi non partecipanti mentre infuria la guerra di Israele contro Gaza; bandiere e i simboli palestinesi non saranno ammessi.
Non è la prima volta che nel contest viene posto un veto del genere, ormai da dieci anni vige questo regolamento; tra le limitazioni più stringenti c’è quella sulla politica, che non deve essere evocata né tramite i pezzi proposti dagli artisti né tramite le loro performance.
La realtà delle cose è questa; ma è giusto davvero? La televisione ha perso ormai da anni la propria libertà espressiva, ma è almeno nel pubblico che si dovrebbero riporre le speranze e le idee. Si potrebbe pensare che non sia il contesto adatto, ma non è mai sbagliato manifestare la propria vicinanza, con simboli, nessun’arma. Quale palcoscenico migliore? Il proibizionismo ha sempre fallito, soprattutto sui temi che stanno a cuore.
Negare l’accesso a una bandiera, ad un simbolo di un popolo, nonostante non sia presente ad una competizione, è una discriminazione troppo grande, che passa però silenziosa, coperta dal frastuono del sotterfugio del “regolamento”; questa è già una sconfitta per l’edizione di quest’anno.
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