
Altro giro, altra corsa. A Bari Pd e Movimento 5 Stelle tentano il campo largo e tutto crolla per le inchieste. Si sbraita contro gli inquirenti meno del solito, ma i fatti sollevano nel Pd il rilevante tema della “questione morale”. Dopo lo strappo della scorsa settimana da parte del M5S in seguito all’arresto del marito dell’assessora regionale Anita Maurodinoia (Pd), è lecito chiedersi se si troverà un compromesso tra i due partiti di opposizione per il comune di Bari, e se questo accordo abbia effettivamente un senso.
La partita nel comune di Bari è assai complessa. Risale al 22 marzo la nomina dal Ministero degli Interni della Commissione d’accesso incaricata di valutare eventuali infiltrazioni mafiose nel comune di Bari, anche in virtù della vicenda che ha condotto Maria Carmen Lorusso ai domiciliari. Consigliera al comune di Bari, eletta con il centrodestra ma accolta in maggioranza dal centrosinistra, Lorusso è coinvolta in un traffico di voto di scambio politico-mafioso che ha condotto la Dda di Bari all’arresto di 130 soggetti, ella compresa.
La notizia dell’arresto della consigliera Lorusso aveva già posto il sindaco antimafia del Pd Antonio Decaro in una posizione molto scomoda. Il terremoto giudiziario è però continuato il 4 aprile, nell’ambito di un’inchiesta che ha condotto ad alcuni arresti con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale, coinvolgendo anche l’assessora regionale Anita Maurodinoia, in quota PD, dimessasi subito dopo.
È chiaro ed evidente che il Partito Democratico in Puglia abbia un serio problema con la “questione morale”. Non si tratta del solo Pd, così come non si tratta della sola Puglia: in Piemonte si è dimesso il capogruppo regionale Dem, Raffaelle Gallo, figlio di Salvatore Gallo, ex manager di Sitaf indagato per estorsione, peculato e violazione della normativa elettorale. Il problema non riguarda ovviamente il solo Pd, come dimostrato dall’arresto per voto di scambio e traffico di influenze dell’ex consigliere comunale di Fdi a Palermo Mimmo Russo.
Non facciamo dunque di tutta l’erba un fascio, ma la questione resta. E non basterà il superfluo codice etico partorito dalle sezioni campane del Pd a nascondere le schifezze da Prima Repubblica che affliggono i Dem. E quelle stesse schifezze sono la sintesi del potere dei vari “cacicchi e capibastone” che Elly Shlein dovrebbe essere in grado di esautorare, è stata eletta per farlo. Per la leader del Pd, le inchieste sono senz’altro un’opportunità non colta di imporsi sui quegli stessi capi dei territori pugliesi (Antonio Decaro e Michele Emiliano), che sono riusciti ad imporre la candidatura di Vito Leccese, uomo partorito da quel sistema di potere locale.
È proprio la candidatura di Leccese – capo di gabinetto nell’amministrazione uscente che rischia lo scioglimento per mafia – a provocare un primo allontanamento del Movimento 5 Stelle. I grillini prima accettano le primarie, poi si sfilano per non mischiarsi con la questione morale del Pd. Elly Shlein nel frattempo protesta, accusando Giuseppe Conte di affossare il campo largo lasciando la vittoria nelle mani della destra.
Tutto buttato in caciara. Va però notificato che il sindaco di Bari viene eletto con il maggioritario a doppio turno (i due migliori candidati si scontrano al ballottaggio). Non c’è dunque alcun bisogno del campo largo, non è necessario allearsi per vincere a Bari. E allora qual è il senso di forzare un’alleanza locale? Non sarebbe più semplice che le differenze tra Pd e M5S in territorio pugliese vengano rispettate, senza ipocrisie, anche in vista del voto proporzionale delle europee? Probabilmente Conte ci ha visto lungo in questo caso, forte dell’appoggio alla candidatura di Michele Laforgia.
Manca ancora un po’ di tempo alle elezioni, nel frattempo Vito Leccese ha proposto all’avversario Laforgia un passo indietro a favore di un terzo candidato. Turiamo il naso, ed osserviamo.
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