
Nato negli anni ’70, il termine sex worker è entrato ormai nell’uso comune per indicare “chi offre prestazioni sessuali in cambio di un compenso in denaro”.
Il termine sex worker è stato infatti adottato per rimpiazzare quello di prostitute, giudicato stigmatizzante e discriminatorio, valorizzando invece la dimensione professionale del lavoro sessuale. Oggi, questa espressione è largamente impiegata nei documenti che tutelano i diritti di chi opera in questo settore, come il Sex Workers in Europe Manifesto. E proprio in questo contesto, il Belgio ha compiuto un ulteriore passo avanti, segnando una nuova tappa in questo processo di cambiamento.
Il processo di decriminalizzazione del lavoro sessuale, già inaugurato nel 2022, aveva sì segnato una prima importante apertura del sistema, ma lasciava aperti ancora molti dubbi. Grandi erano i vuoti sul regime di tutela da riconoscere a questa particolare categoria di lavoratrici.
Ecco che con la nuova legge, il Belgio dà delle concrete risposte a tutti gli interrogativi ancora in sospeso diventando il primo paese al mondo ad introdurre contratti regolari per i sex workers, riconoscendogli finalmente tutele adeguate in tema di assicurazione sanitaria, diritti pensionistici e congedo di maternità.
Innanzitutto, la nuova legge stabilisce rigorosi obblighi per i datori di lavoro. Dovranno infatti soddisfare criteri come l’assenza di precedenti penali e la registrazione di una sede legale in Belgio. Sono inoltre tenuti a dimostrare una “buona reputazione” e a rispettare norme rigorose assicurando alle lavoratrici condizioni dignitose e sicure.
Tra le misure di sicurezza previste, vengono introdotti poi veri e propri standard igienici. Si parla di “fornitura di lenzuola pulite, preservativi e prodotti sanitari” e bisogna garantire la presenza di pulsanti di emergenza nelle varie stanze di lavoro.
Ma soprattutto, tra le novità più significative, viene riconosciuto alle lavoratrici il “diritto di dire basta”. Possono in qualsiasi momento interrompere l’atto (o specifici atti) o rifiutare il partner senza subire alcuna ritorsione.
Positivamente accolta la nuova legge dall’opinione collettiva. L’Unione belga delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso l’ha definita come «un passo epocale». Un importante step verso la fine della discriminazione legale contro chi opera nel settore.
Per Isabelle Jaramillo, di Espace P, la normativa rappresenta un «significativo progresso per la dignità e i diritti dei lavoratori». Daan Bauwens invece, portavoce dell’Union belge des travailleurs et travailleuses du sexe, evidenzia come il riconoscimento del lavoro sessuale nel diritto «riduca i rischi di sfruttamento».
Tuttavia, permangono preoccupazioni legate al possibile utilizzo strumentale delle norme per restringere o scoraggiare il lavoro sessuale. «Abbiamo già notato alcuni comuni che, sotto il pretesto di garantire “sicurezza” e “igiene”, adottano regolamenti locali estremamente rigidi, rendendo quasi impraticabile l’attività sul loro territorio», hanno denunciato dall’Unione. Non solo, persistono, perplessità anche riguardo la situazione dei migranti irregolari, che continuano a rimanere esclusi dalle garanzie previste dalla normativa e per il lavoro svolto a domicilio o ad attività correlate come striptease e pornografia, lasciando ancora alcune aree del settore prive di protezione legale.
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