
“I mafiosi non hanno paura del carcere, ciò che deve essere colpito affinché perdano potere è il loro patrimonio. Tutto ciò che i mafiosi hanno, è stato guadagnato a spese del popolo, derubato e assoggettato alla violenza armata della criminalità organizzata, quindi a lui deve essere restituito”. Questo deve aver pensato Pio La Torre, parlamentare del PCI, quando comprese che la lotta alla criminalità organizzata avrebbe dovuto spostarsi su un piano differente da quello della lotta al banditismo o al brigantaggio.
Il suo pensiero venne posto alla base della normativa che introduceva il reato di associazione mafiosa e regolamentava il sequestro dei beni alla criminalità organizzata (legge n. 646/82, “Rognoni-La Torre”) e di quella che successivamente stabilì che i beni derivanti da quelle attività illecite non avrebbero dovuto essere solo confiscati, ma restituiti alla stessa comunità che ne era stata privata pagando con il sangue quelle ingiustizie (legge n. 109/96). Questa normativa, però, a Castel Volturno sembra non sembra essere più vigente da molti anni: decine di immobili confiscati alla camorra restano inutilizzati, abbandonati o dimenticati, nonostante le disposizioni e le risorse esistano.
Fino al 2010, la gestione dei beni confiscati in Italia è stata affidata all’Agenzia del Demanio, che, occupandosi di tutti i beni demaniali dello Stato, ebbe non poche difficoltà ad applicare la normativa vigente in materia di beni confiscati, soprattutto nelle località roccaforte dei clan, come Castel Volturno. Con la nascita dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, il problema si spostò su un piano differente, ossia la necessità di tracciare una mappatura efficiente dei beni sequestrati a Castel Volturno, i quali superavano, secondo gli studi effettuati da associazioni attive sul territorio, come il “Comitato Don Peppe Diana”, le 100 unità, ma che, secondo i fascicoli ufficiali, maldestramente conservati e imprecisamente redatti, risultavano essere poche decine.
Nel 2016 sembrava potesse iniziare una nuova stagione: grazie al lavoro congiunto dell’Osservatorio sui beni confiscati, l’Amministrazione comunale di allora aveva accolto la proposta di istituire un Tavolo di concertazione tra enti pubblici e Terzo Settore, per programmare il riutilizzo dei beni confiscati. Una delibera di Giunta – la n. 26 del 5 aprile 2016 – lo aveva formalizzato, assegnando al Tavolo funzioni di supporto strategico nella pianificazione degli interventi. A seguire, nel 2017, fu pubblicato un avviso pubblico per la creazione di una short list di enti non profit interessati a gestire i beni. Su 35 richieste, ne vennero accolte 11. Un inizio promettente, spento però dalla solita burocrazia.
Le istanze per la gestione dei beni, stabilite inizialmente, potevano essere inviate a mano o via PEC. Ma all’improvviso – ad agosto, in pieno periodo feriale – il dirigente dei lavori pubblici decise di cambiare le carte in tavola: domande solo a mano, con plico sigillato con ceralacca o nastro adesivo. Il risultato? Quattro progetti esclusi, e il processo di riqualificazione bloccato. Nel frattempo, nel dicembre 2017 fu pubblicato un nuovo avviso per una seconda short list, senza chiudere formalmente la prima. Un cortocircuito amministrativo che ha prodotto ritardi su ritardi, confusione e un messaggio chiaro: l’interesse per i beni confiscati non è prioritario.
A distanza di anni, i beni restano lì. Inaccessibili. Inutilizzati. Invisibili, nonostante l’ingente quantità di fondi pubblici stanziati anche grazie al PNRR e lo snellimento delle procedure reso possibile dalla riforma del Codice Antimafia. Decine di beni presenti a Castel Volturno sarebbero in questo momento pronti per essere assegnati ad associazioni attive quotidianamente sul territorio, determinate a contribuire alla loro riqualificazione, ma il bando tarda a partire. Nessuna progettualità concreta è stata attivata dal Comune, né tantomeno è stato coinvolto il terzo settore già iscritto alla prima manifestazione d’interesse. Nessuna convocazione, nessuna trasparenza, nessun confronto: le norme sui beni confiscati, a Castel Volturno, sembrano non esistere.
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