
Il ministro degli Esteri britannico David Lammy ha annunciato alla Camera dei Comuni un primo blocco armi a Israele. Saranno 30 su 350 le licenze di esportazioni di armi verso Israele che saranno bloccate, poco meno del 10%.
Secondo la ONG per i diritti umani, Amnesty International, “tra il 7 ottobre 2023 e il 31 maggio 2024 il Regno Unito ha emesso oltre 100 licenze per l’esportazione di armi a Israele. Non ha respinto alcuna nuova richiesta. Non ha sospeso né revocato alcuna licenza pregressa”. Questo ha implicato che le armi di produzione inglese acquisissero un ruolo centrale (anche se solo per i componenti per i jet F-35) per i piani di Netanyahu. Proprio per questa ragione, l’organizzazione non governativa palestinese al-Haq e il Global Legal Action Network hanno collaborato alla promozione di un’azione legale per bloccare le forniture di armi. Di fatto, la legge britannica afferma che le licenze per l’esportazione di armi devono essere sospese di fronte al rischio palese che tali armi possano essere usate per “compiere o facilitare il compimento di gravi violazioni del diritto internazionale”.
Ciò che aveva bloccato finora l’azione erano state le posizioni del governo Sunak. Quest’ultimo sosteneva che l’esercito israeliano si fosse impegnato a rispettare le norme del diritto internazionale. Già negli ultimi giorni del governo, a giugno 2024, l’Alta Corte di Londra ha accolto la richiesta di Amnesty International e di Human Rights Watch di unirsi alla causa. Oggi, con Starmer in carica, le cose sembrano stare prendendo una piega diversa, anche se molto gradualmente. La decisione annunciata alla camera del 2 settembre ne è un esempio. Non resta che osservare le conseguenze dirette e indirette della scelta britannica, a partire dalla reazione israeliana fino al comportamento dei governi circostanti.
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