
Il brigantaggio postunitario rappresenta uno dei fenomeni più complessi e controversi della storia italiana dell’Ottocento. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, vaste aree del Mezzogiorno furono attraversate da forme di resistenza che coinvolsero migliaia di persone. In questo contesto, la provincia di Caserta, allora parte della storica Terra di Lavoro, divenne uno dei principali teatri dell’attività brigantesca.
Il fenomeno del brigantaggio che interessò il Mezzogiorno d’Italia, dopo l’Unità nazionale del 1861. Coinvolse in maniera significativa anche il territorio dell’attuale provincia di Caserta. Sebbene la storiografia abbia a lungo concentrato la propria attenzione sulle figure maschili dei briganti, numerose fonti documentarie attestano la presenza di donne che parteciparono attivamente alle bande armate. Le cosiddette brigantesse non furono soltanto compagne, mogli o parenti dei capibanda, ma in diversi casi svolsero ruoli operativi di rilievo.
In un contesto già segnato dalla crisi economica, la miccia sociale fu alimentata dalla disperazione delle classi rurali, che avevano inizialmente visto in Giuseppe Garibaldi un liberatore. L’introduzione immediata di nuove tasse e, soprattutto, della leva militare obbligatoria di cinque anni scardinò l’economia delle famiglie contadine, che perdevano le braccia più giovani per il lavoro nei campi. Migliaia di giovani scelsero la macchia e la latitanza pur di non servire una bandiera che sentivano estranea. I contadini campani speravano nella redistribuzione delle terre pubbliche e dei latifondi.
Al contrario, il nuovo governo piemontese mantenne intatti i privilegi della borghesia agraria locale. Nel Casertano operarono gruppi armati particolarmente attivi nelle aree montuose del Matese, del Monte Maggiore e lungo il confine con il Lazio e il Molise. Le brigantesse fungevano da informatrici, staffette, addette ai rifornimenti e talvolta partecipavano alle azioni armate. I documenti conservati negli archivi statali testimoniano arresti, processi e condanne inflitte a donne accusate di favoreggiamento o di appartenenza alle bande. La loro presenza dimostra come il brigantaggio fosse un fenomeno sociale complesso che coinvolgeva intere comunità e non soltanto gruppi isolati di fuorilegge.
Tra le brigantesse legate al territorio casertano emerge la figura di Michelina De Cesare, nata a Caspoli, frazione dell’odierno comune di Mignano Monte Lungo. Considerata una delle donne simbolo del brigantaggio postunitario, Michelina si unì alla banda guidata da Francesco Guerra, diventandone compagna e collaboratrice. Le cronache e gli studi successivi la descrivono come una donna determinata e protagonista all’interno della banda. La sua vicenda si concluse tragicamente il 30 agosto 1868, quando venne uccisa insieme ad altri briganti in uno scontro con le forze governative. Il suo corpo fu esposto pubblicamente dopo la morte, denudato e con evidenti segni sul volto, tanto da far pensare a torture subite prima del decesso. Purtroppo era una pratica allora utilizzata dalle autorità per scoraggiare il brigantaggio e dimostrare il successo delle operazioni militari.
Oltre a Michelina De Cesare, la documentazione storica ricorda altre donne dell’area casertana coinvolte nel sostegno logistico alle bande o nell’assistenza ai ricercati. Molte di esse provenivano da famiglie contadine e vivevano in condizioni di estrema povertà. Gli studiosi sottolineano come la partecipazione femminile al brigantaggio non possa essere interpretata in modo uniforme: alcune donne agirono per convinzioni politiche filoborboniche, altre per legami familiari o affettivi, altre ancora per necessità economica o per costrizione. La varietà delle motivazioni rende il fenomeno particolarmente interessante per comprendere la realtà sociale della Terra di Lavoro nella seconda metà dell’Ottocento.
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