
Palazzoni di cemento grigi. Agli occhi di tutti, gli edifici brutalisti sono solo questo. Ed effettivamente, quest’architettura non ha la pretesa di essere molto altro. Il brutalismo ha solo due caratteristiche principali e le mostra con spietata onestà: il béton brut (cemento a vista) e le dimensioni gigantesche. In molti ritengono le sue realizzazioni mostruose – anche se nell’ultimo decennio stanno vivendo una rivalutazione – e le associano all’architettura sovietica. In realtà, questo movimento nacque in Inghilterra per la ricostruzione postbellica, data la sua forte componente pragmatica e funzionale. Tra le sue ispirazioni c’è stata anche il razionalismo, l’arte informale e la pop art. Tuttavia, nel nostro Paese in particolar modo, questa tendenza così innovativa e sperimentale non ha avuto il successo sperato. Nello specifico a Napoli, nonostante le premesse teoriche fossero ottime, ha avuto una ricezione disastrosa, dovuta soprattutto alla negligenza politica e alla tardiva accettazione da parte della popolazione. Del fallimento del brutalismo napoletano, gli abbattimenti delle vele di Scampia sono stati solo l’ultimo di altri casi emblematici.
«Le Vele di Scampia sono state il fiore all’occhiello dell’architettura napoletana anni ’60, in un momento di grande speculazione edilizia in città» ci ha spiegato il Professore di Storia dell’Architettura alla Federico II di Napoli, Alessandro Castagnaro. «Era un’architettura sperimentale che Franz Di Salvo, tra i più talentuosi architetti di quel tempo, ha portato a Napoli. Dopotutto i maggiori innovatori dell’architettura napoletana sono stati brutalisti, sulla scorta dei lavori di Le Corbusier». L’architetto Castagnaro specifica: «Questi edifici assumono forme di vela, ma la struttura diventa una parte essenziale. In sostanza le Vele dovevano avere una completezza in tutte le sue funzioni, ma da noi sono state un fallimento». La stessa sorte è toccata ad altri palazzoni di cemento di un architetto ancor più innovatore: Aldo Loris Rossi. Questi, assieme a Donatella Mazzoleni, ha realizzato due edifici simbolo della scuola brutalista napoletana: Piazza Grande ai Ponti Rossi e la Casa del Portuale. Rossi parlava di quest’ultimo come di un organismo invertebrato che, con determinate geometrie, riesce a costituire un edificio. ci dice il Professore. Purtroppo, anche in questo caso, oltre mezzo secolo di abbandono ne hanno segnato il destino. Un’altra realizzazione su quella scia, ma meno audace, c’è anche l’Ipogeo del Cimitero di Poggioreale, realizzato da Rojo, Beraglia e Bucchignani. Meno sperimentale perché resta legata al passato con alcuni elementi della tradizione delle architetture illuministe cimiteriali, come il Cimittero delle 366 fosse. Ancora meno enfatici in tal senso sono gli edifici del Secondo Policlinico. Il carattere di funzionalità in questo caso è evidenziato dal fatto che vennero realizzati per la necessità di trasferire le cliniche universitarie dal Centro Storico alla zona collinare dedicata all’ospedalizzazione. Il progetto urbanistico fu di Gaetano Pechinò e di Carlo Cocchia.
Napoli era una grande piazza agli occhi degli studiosi di architettura brutalista di tutta Europa. E allora, perché non è stata accettata dalla popolazione? «Sono architetture molto innovative sia visivamente sia nel modo di viverle e abitarle. Un cambiamento molto radicale, in un Paese tradizionalista come il nostro, non viene accettato di buon grado, in particolar modo quando queste situazioni vengono lasciate a deperire e hanno avuto scelte sbagliate» ci spiega in conclusione l’architetto Castagnaro. «Le Vele diventarono un quartiere dormitorio con un passaggio radicale: la gente fu tolta dai quartieri centrali e fu portata là, persero le loro abitudini». Nonostante tutto ciò, tanta era la tristezza degli abitanti delle Vele costretti a dover abbandonare le loro vecchie case. Probabilmente, la città di Napoli un giorno rimpiangerà il fatto di aver avuto dei gioielli architettonici e non averli saputi sfruttare.
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