
A Casoria c’è una stradina circondata da case e, se scruti bene, si intravede un’insegna sopra un cancello grigio. Attraversato quest’ultimo, tocca dirigersi verso la fine delle scale per scoprire un vero e proprio gioiello artistico. Il C.A.M è un museo strutturato su un solo piano molto ampio con varie stanze, dove è subito possibile osservare le opere d’arte e perdersi in esse come fossero un intricato dedalo fisico ed emotivo. Chiediamo dunque al direttore e fondatore del museo, l’artista Antonio Manfredi, la motivazione della chiusura di un anno di un tesoro del genere, e ci viene spiegato che «le uscite di sicurezza e la controsoffittatura andavano rimesse a norma» e che dal 17 gennaio sarebbero tornati operativi.
Alla domanda sul significato di aprire un museo in una città di provincia come Casoria la risposta arriva puntuale: «Da un punto di vista sociale sicuramente è importante fare i progetti con le scuole per educare i ragazzi; da un punto di vista artistico in realtà è un pensiero molto italiano quello di credere che il fervore culturale sia concentrato nelle maggiori città. In altre parti del mondo è molto più usuale trovare musei e simili nelle provincie, oltre che per la riqualificazione, anche per una questione di spazi. In provincia, infatti, è più facile trovare le strutture, muoversi ed anche parcheggiare». Il taglio del museo è quello di assecondare l’arte non solo pittorica, ma anche scultorea e performativa. Situato al centro del museo, infatti, vi è un pianoforte, oltre alla presenza di un teatro ed una sala di registrazione musicale. L’idea che si vuole trasmettere è chiaramente quella che si può vivere immersi nell’arte: è presente una buvette per i rinfreschi a cui si può accedere indipendentemente dall’ingresso al museo ed una biblioteca per studiare o lavorare. È importante che i ragazzi sappiano che ci sia un posto nei loro paesi e nei loro quartieri a cui poter fare riferimento.
Il C.A.M nasce vent’anni fa, nel 2005. Lo spazio venne inizialmente impiegato per allestire una mostra che non è ancora terminata. Il museo oggi si autosostiene e spera nei finanziamenti pubblici che non arrivano facilmente. Questo scrigno d’arte custodisce un patrimonio artistico di oltre duemila opere. Dopo la biennale a Vienna, Antonio Manfredi decide di investire nel suo territorio e grazie ai suoi studi riesce a conferire al museo una personalità internazionale.
All’interno del museo vi è una sala dedicata ad artisti africani come Joseph Cartoon, la struttura possiede più di cento opere africane, una delle maggiori collezioni in Europa. Non mancano artisti coreani e cinesi come Li Wei e Wang Yan, raccogliendo così in sé la rappresentazione di 80 nazioni. Sebbene il museo sia di portata internazionale, il tocco napoletano è tangibile. Vi troviamo opere napoletane di artisti importanti come Tatafiore, Augusto Perez, Renato Barisani, Raffaele Lippi, Armando De Stefano, Domenico Spinosa ed altri. L’arte acquisisce quindi uno scopo non solo di tipo educativo-emotivo, ma anche civico. Il centro del mondo non è l’Europa e la stessa presenta delle problematiche su cui lavorare, come la lotta al crimine organizzato a cui è dedicata una sala e le cui opere sono state esposte anche a Berlino.
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