
Dal 2012 al 2022 sono 1 milione 138 mila le persone che hanno lasciato il Sud Italia per cercare fortuna al Nord. Il record lo detiene Napoli che rischia di desertificarsi; infatti, sono circa 17mila le persone che hanno lasciato la città. Si tratta soprattutto di giovani costretti a trasferirsi per trovare un lavoro in linea con il proprio percorso di studi e che garantisca uno stipendio adeguato.
Secondo quanto emerge dalle elaborazioni realizzate dal Centro Studi Tagliacarne, tra 2019 e 2021 il peso in termini pro-capite del reddito da lavoro dipendente sul totale del reddito disponibile è rimasto stabile intorno al 63%. Ma in 42 province su 107, delle quali solo sei del Mezzogiorno, è aumentato passando dal 68,7% nel 2019 al 69,7% nel 2021. Nel complesso, l’incidenza delle retribuzioni sulle entrate disponibili si rileva più marcata nelle città metropolitane (71,3%) meno nelle province (57,6%).
Ciò vale soprattutto per Napoli e la sua provincia, dove la situazione non è tra le più favorevoli. A Napoli si percepisce un reddito medio pro-capite di 8.442,72 euro con un decremento dell’1,8% rispetto al 2019. A Caserta e provincia, invece, il reddito medio pro-capite è di 6.694,35 euro con un incremento in busta paga rispetto all’anno 2019 del 7,5%.
Una vera e propria sconfitta quella di Napoli, soprattutto se si pensa che a Milano si percepisce quasi il quadruplo. Nel capoluogo della Lombardia, lo stipendio medio (30.464 euro) è superiore di due volte e mezzo rispetto a quello nazionale (di 12.473 euro). Ma anche 9 volte più alto di quello di Rieti, fanalino di coda nella classifica retributiva. Inoltre, tra il 2019 e il 2021 le buste paga hanno avuto un incremento del 6,7%.
Lo scarto di reddito tra lavoratori con lo stesso impiego tra Centro-Nord e Sud, inoltre, è di circa il 9 per cento. Un dato interessante relativo alle differenze geografiche: infatti, considerando tutti i salari, la differenza è del 28% e gran parte del distacco è dovuto al fatto che nelle regioni settentrionali sono più diffusi i lavori ben retribuiti. Dunque, le differenze esistono e dipendendo dal fatto che nel Mezzogiorno scarseggiano le grandi imprese, ci sono pochi impieghi qualificati, la disoccupazione è più alta e si accettano posti con salari più bassi, anche in nero o irregolari.
Il divario può trovare una giustificazione anche nel costo della vita. Una famiglia di Milano spende molto di più rispetto ad una famiglia di Napoli. Secondo l’Istat, la spesa media mensile per casa e bollette nel 2021 al Nord era di 998 euro, contro i 683 del Meridione. Non a caso, al Nord una coppia con un figlio piccolo è considerata povera con 1.200 euro al mese, mentre al Sud la soglia è di 950 euro.
Non solo Napoli, gli stipendi italiani sono i più bassi di tutta l’Ue. Il problema è ancora maggiore nel periodo attuale di alta inflazione. Per questo la soluzione deve passare per un rafforzamento dei lavoratori nella contrattazione. Secondo Michele Raitano (professore ordinario di Politica economica dell’università Sapienza di Roma), la soluzione è quella di «rafforzare i sindacati e i lavoratori nella contrattazione, cancellando i contratti pirata ed evitando il mancato rispetto degli accordi». Dunque, bisogna ridare forza al sindacato, «Sembra sempre che il lavoro sia un costo per l’impresa ed è un’ottica miope, perché invece fa crescere l’economia». Il professore sottolinea anche che nonostante la diatriba tra il salario minimo e la legge sulla rappresentanza, quest’ultimi «dovrebbero andare in parallelo».
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