
Tra San Menaio e Peschici, nel territorio di Vico del Gargano, la pineta sembra quasi accompagnare il visitatore verso il mare. I pini d’Aleppo e i profumi della macchia mediterranea costituiscono l’identità di un villaggio nato quando il turismo sul Gargano stava appena cominciando a scoprire le proprie possibilità.
Il Camping Calenella nasce nel 1972 dalla trasformazione di un’azienda agricola e zootecnica. Quella che inizialmente poteva apparire come una scelta azzardata si è trasformata in una storia imprenditoriale lunga oltre mezzo secolo. Oggi è possibile soggiornare nei bungalow, nelle case mobili, nelle roulotte oppure scegliere l’esperienza più essenziale del campeggio, con tende, camper e caravan sistemati sotto gli alberi. Nella storia di Calenella c’è anche un legame particolare con l’arte e la cultura. Andrea Pazienza, tra i più importanti fumettisti italiani del Novecento e amico della famiglia, frequentò il campeggio e disegnò la sua prima locandina. Un dettaglio che aiuta a comprendere come questo luogo sia stato, negli anni, non soltanto un’attività ricettiva, ma anche uno spazio di relazioni.

Dietro questa storia c’è Luigi Damiani, nato a Napoli ma profondamente legato al Gargano. Suo padre era originario di Vico del Gargano, mentre la famiglia materna possedeva un’estesa azienda tra Vico e Peschici. Damiani è cresciuto tra Napoli, la provincia di Caserta, dove il padre magistrato lavorò per molti anni, e le estati trascorse su questo promontorio. Calenella, dunque, non è stata una destinazione scelta sulla carta, ma il luogo delle radici familiari.


«La chiave è stata la sostenibilità, anche se non posso dire che all’inizio sia stata una scelta particolarmente studiata o meritoria. È stata piuttosto la naturale prosecuzione dell’identità del luogo. Il campeggio si estendeva su una grande superficie coperta dalla pineta di pino d’Aleppo, caratteristica del Gargano. Abbiamo cercato di mantenerla e proteggerla. Nel tempo abbiamo realizzato la piscina, i campi da tennis, il campo da calcetto e altri servizi, ma abbiamo provato a non alterare l’atmosfera originaria. Credo che i nostri ospiti percepiscano questa autenticità. Abbiamo un numero molto alto di clienti fidelizzati e alcune persone trascorrono qui intere stagioni. Non ritornano soltanto per i servizi, ma perché sono affezionate al carattere del luogo e al tipo di relazioni che si creano».
«Negli anni Settanta si accettavano vacanze più lunghe, con meno servizi e una maggiore disponibilità ad adattarsi. Oggi i soggiorni sono generalmente più brevi, ma devono essere molto più completi. Il turista straniero con cui abbiamo lavorato è sempre stato particolarmente attento alla naturalità della struttura, al paesaggio e all’autenticità».
«La Puglia negli ultimi vent’anni ha compiuto un percorso molto positivo. Ha migliorato la propria immagine e la fruibilità dei suoi territori. La provincia di Foggia e il Gargano, tuttavia, conservano criticità evidenti. La prima è proprio la mobilità. Gli spostamenti interni sono difficili e questo ostacola anche la capacità dei diversi comuni di costruire un sistema turistico unitario. La mancanza di collegamenti rapidi e di un aeroporto realmente funzionale alle esigenze del territorio ci penalizza soprattutto sul mercato internazionale. Il visitatore straniero oggi può scegliere tra moltissime destinazioni raggiungibili in poche ore. Non possiamo pensare che la bellezza, da sola, sia sufficiente».
«È fondamentale. Circa venticinque anni fa contribuimmo alla nascita di un consorzio per la tutela e la valorizzazione degli agrumi del Gargano. Sono prodotti di qualità straordinaria, ma per molto tempo sono stati penalizzati da un mercato che ha privilegiato l’aspetto esteriore rispetto alla sostanza. Attraverso il consorzio, il rapporto con Slow Food e la partecipazione a manifestazioni nazionali abbiamo cercato di far conoscere non soltanto arance e limoni, ma l’intero patrimonio gastronomico del territorio. Penso al caciocavallo podolico, ottenuto dal latte delle vacche allevate allo stato brado, ma anche all’olio extravergine di oliva».
«Napoli è l’immagine della complessità. Negli ultimi vent’anni ha vissuto una metamorfosi enorme e il turismo ha prodotto molti effetti positivi. Allo stesso tempo, però, si avverte il rischio di una perdita di autenticità. La domanda da porsi è molto semplice: a chi appartiene una città? Appartiene anche ai suoi cittadini. Non si può trasformare una parte sempre più ampia delle abitazioni in strutture ricettive senza interrogarsi sulle conseguenze per chi deve vivere, lavorare e trovare casa in quel luogo. È una lezione importante per qualunque destinazione: il turismo deve migliorare i territori, non sostituirsi alla loro vita».
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