
Aumento delle temperature, siccità, migrazioni di massa, scomparsa di specie animali e vegetali, scioglimento dei ghiacciai: sono soltanto alcune delle conseguenze del cambiamento climatico in corso. In tanti ne parlano ogni giorno: ricercatori, istituti scientifici, governi, enti sovranazionali. Tutti con l’obiettivo di trovare una soluzione che soddisfi gli interessi delle parti in gioco. Se c’è una cosa evidente, è che l’alterazione del clima è un fenomeno che sta uccidendo non solo il pianeta Terra, ma anche le vite di milioni e milioni di persone, con effetti e crisi di natura prettamente sociale ed economica. Molto spesso, però, idee e proposte per affrontare il cambiamento climatico finiscono per rimanere sul tavolo ai grandi incontri internazionali. E questo non può che essere preoccupante.
Un’altra cosa poi è certa: il cambiamento climatico è uno dei motivi per cui il mondo del ventunesimo secolo non piace, una delle principali cause del caos a cui fa riferimento la copertina di questo numero. Un caos da cui è necessario uscire al più presto. Vista e considerata la portata del tema da analizzare, Informare si è messa in contatto con due figure, entrambe esperte del macro-settore ambientale: Antonio Cianciullo, ex giornalista e inviato de La Repubblica, autore di libri come “Il grande caldo” ed “Ecologia del desiderio” e direttore del sito Ultimabozza.it; ed Emanuele Bompan, geografo e giornalista ambientale, direttore della rivista Materia Rinnovabile. Le due interviste hanno ripercorso l’inizio della fase del cambiamento climatico per come lo conosciamo oggi, con focus sugli scenari odierni e futuri.
Non c’è dubbio sul fatto che il cambiamento climatico sia stato causato principalmente dall’uomo. L’uso spropositato di combustibili fossili e una massiccia opera di deforestazione hanno dato vita ad un’alta concentrazione di gas serra nell’atmosfera. I primi allarmi furono lanciati dalla comunità scientifica negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, ma c’è un anno preciso in cui la tematica è entrata con forza nelle agende politiche dei governi: il 1992. A Rio De Janeiro si tiene quello che passerà alla storia come il “Vertice della Terra”, uno dei primi convegni tra tutte le potenze mondiali per trovare delle soluzioni alla sfida climatica. A distanza di più di 30 anni da allora, una serie di accordi è andata in porto, molti altri in fumo, ma è evidente come nel 2025 il cambiamento climatico rappresenti ancora l’emergenza più urgente da affrontare e risolvere, spesso invisibile agli occhi di ricchi e potenti. Tutto ruota intorno alle emissioni di CO2, con Cina, Stati Uniti, India e Russia che continuano ad occupare il vertice della classifica dei Paesi che inquinano di più, ma con differenze abbastanza importanti. «Rispetto a 30 anni fa abbiamo avuto un’inversione di tendenza. Da una parte c’è il più grande inquinatore mondiale, la Cina, che allo stesso tempo è sia il Paese responsabile della maggior quantità di emissioni serra perché con una grande capacità manifatturiera, sia quello che sta guidando la volata della “green economy”. È il Paese numero uno nel campo delle energie rinnovabili e della mobilità elettrica, settori cruciali per la transizione ecologica. Dunque la Cina è un Paese contraddittorio. Però il trend è chiaro. Grazie all’elettrificazione e alla capacità di catturare fasce di mercati emergenti legati alla transizione ecologica, la Cina sta centrando buoni risultati.
Dall’altra ci sono gli Stati Uniti, che oggi appaiono in grande difficoltà sul fronte del cambiamento a causa di un’alternanza drammatica alla guida del paese. Questo crea delle difficoltà interne al sistema produttivo» afferma Cianciullo. È chiaro che sulla questione ambientale entrino in gioco interessi e ideologie politiche che, nel caso degli Usa di Trump, si discostano e non abbracciano affatto gli obiettivi della transizione verde. «Trump ha gravi responsabilità: non solo ha tagliato tutti i finanziamenti dell’IRA, il piano di Biden per sostenere la transizione energetica, quindi soprattutto la produzione di energia da fonti rinnovabili e tanti altri meccanismi atti alla decarbonizzazione, ma ha anche tagliato le basi scientifiche della NOAA, l’agenzia per l’atmosfera e gli oceani del governo americano. Si è messo contro la comunità scientifica. Nemmeno autocrazie e dittature erano arrivate a tal livello» dice invece Bompan. Stati Uniti e Cina rimangono sì i maggiori emettitori di CO2, ma al momento sembrano aver intrapreso strade opposte.
Storicamente, in Italia e nel mondo le destre non hanno mai abbracciato politiche e riforme volte a ridurre le emissioni e a contrastare il cambiamento climatico. E l’affermazione di governi di centro-destra o di estrema destra in Europa e oltreoceano, soprattutto nell’ultimo decennio, non è un buon segnale per il futuro. «La destra di cui stiamo parlando la definirei una destra nazional-popolare, un’ondata che vede i partiti di estrema destra affermarsi in Europa, così come il trumpismo negli Stati Uniti. È una destra particolare, ultranazionalista e negazionista.
Negano quello che la comunità scientifica afferma, negano il cambiamento climatico e l’importanza dei vaccini» continua Cianciullo. L’Italia, invece, ha assunto una posizione più morbida e aperta nei confronti del cambiamento climatico, un Paese che dagli anni Novanta ha avuto alti e bassi, con momenti in cui ci sono state straordinarie performance nel campo delle energie rinnovabili e degli altri periodi meno brillanti. «L’attuale governo italiano non è propriamente un governo che punta sulla decarbonizzazione, ma in ogni caso sta procedendo sulla riduzione delle emissioni e continua a tutelare in parte l’ambiente. Non è come il governo americano, ideologicamente e totalmente opposto a qualsiasi tipo di transizione. Probabilmente 15 anni fa la situazione sarebbe stata molto peggiore con un governo di destra come quello attuale: oggi c’è la consapevolezza da parte del settore economico e finanziario che mettersi contro la decarbonizzazione vuol dire veramente mettersi di fronte a rischi molto importanti. Basta pensare ai settori assicurativo o bancario: il cambiamento climatico è il più grande rischio economico che sul medio e lungo termine si trovano ad affrontare finanza ed industria» spiega Bompan.
L’Omm, Organizzazione meteorologica mondiale, in un recente rapporto ha affermato che tra il 2025 e il 2029 il riscaldamento globale medio supererà con una probabilità del 70% i livelli preindustriali di oltre 1,5 gradi centigradi. Se non dovesse succedere nei prossimi quattro anni, è quasi scontato che uno dei principali obiettivi degli Accordi di Parigi sarà sfumato nei prossimi decenni. Bompan è però fiducioso: «Il contenimento dell’aumento a 1,5 gradi centigradi entro la fine del secolo è lontano. Tuttavia, nei prossimi 75 anni le innovazioni tecnologiche potrebbero contribuire ad accelerare l’assorbimento dell’emissione di gas erra e probabilmente a riportarci in una traiettoria da 1,5 gradi centigradi. È molto difficile, soprattutto in un contesto politico come quello attuale, con una fiducia che purtroppo si riduce nei confronti della scienza». È dello stesso avviso l’ex giornalista de La Repubblica: «Supereremo la soglia di 1,5 gradi ma non è detto che non si possa tornare indietro. Il superamento potrebbe essere temporaneo. Se venissero messe in atto delle contromisure efficaci si potrebbe in teoria anche tornare all’obiettivo di scendere di nuovo sotto 1,5 gradi. Siamo sempre noi, attraverso i governi che eleggiamo, a decidere se vogliamo restare entro la forchetta di 1,5-2 gradi e quindi avere una crisi climatica che non è completamente destabilizzante rispetto all’ordine sociale che conosciamo. Superare invece questa soglia, vorrebbe dire entrare in tempi abbastanza rapidi in un’area di grave rischio anche dal punto di vista degli equilibri sociali, dell’aumento delle guerre, dell’aumento della pressione migratoria, con livelli molto difficili da sostenere». In uno scenario emergenziale quale quello del cambiamento climatico, l’auspicio non può che essere riservare piena fiducia nella comunità scientifica. Mi auguro che prevalga un orientamento culturale che renda possibile eleggere delle persone che rappresentino le speranze per il futuro» conclude Cianciullo.
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